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Mano bionica, pionieri della ricerca

21 Febbraio 2019
Ricerca

Si tratta di una protesi robotica di nuova generazione impiantata nei nervi del paziente in grado di ricevere informazioni sensoriali quando entra in contatto o manipola oggetti. Protagonisti, tra gli altri, Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Università Cattolica.

Orientarsi nello spazio anche al buio, andare alla ricerca di un oggetto su un tavolo anche a occhi chiusi, percepirne consistenza, forma, posizione e dimensioni senza doverlo guardare: arriva ed è stata sperimentata in Italia la prima mano bionica in grado di dare in tempo reale queste sensazioni ai pazienti (ovvero in termini tecnici dotata di un feedback contemporaneamente sia sulla posizione delle dita nello spazi sia tattile) – in modo comparabile a una mano naturale perché lo fa attraverso i nervi residui del moncherino. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Science Robotics.

A questi risultati si è giunti in dieci anni di ricerca che conferma l’Italia pioniera nello studio e nell’applicazione clinica per restituire piena autonomia alle persone che hanno subito l’amputazione di una mano o di un braccio.Una storia di successi scientifici che ha conosciuto importanti riconoscimenti da parte della comunità internazionale come testimoniano i due studi scientifici pubblicati oggi sulla prestigiosa rivista Science Robotics, condotti dai ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, del Centro Protesi INAIL, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa con l’Istituto di BioRobotica e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica e presentati oggi presso l’Accademia dei Lincei a Roma, alla presenza del Ministro della Salute Giulia Grillo che ha dichiarato: “Sono orgogliosa dei risultati presentati oggi sulla mano bionica. Questo conferma il ruolo centrale dell’Italia in campo scientifico. La nuova mano bionica è una delle più grandi conquiste della nostra scienza. E non solo perché c’è stata una collaborazione tra Università e Centri di Ricerca, ma anche perché i pazienti sono parte integrante della squadra”.

“Fondamentale il valore dell’innovazione tecnologica e della ricerca clinica al servizio dei malati, che è la missione di un IRCCS quale è il Policlinico Gemelli”, ha detto Giovanni Raimondi, Presidente della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, in apertura dei lavori. 

Lo studio sviluppato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dall’Università Cattolica, è stato coordinato dal professor Silvestro Micera, docente di Bioingegneria presso l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna e presso l’Ecole Polytechnique Federale di Losanna e dal professor Paolo Maria Rossini, Ordinario di Neurologia all’Università Cattolica e direttore dell’Area di Neuroscienze della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica. È stato fondamentale il contributo di altri prestigiosi centri di ricerca europei come le Università di Cagliari, Montpellier e Friburgo (Germania) ed i successivi finanziamenti della Commissione europea, del Centro di Competenza svizzero in Robotica (NCCR Robotics), della Fondazione Bertarelli oltre che di una ricerca finalizzata del Ministero della Salute.

Le attuali protesi mioelettriche consentono agli amputati di recuperare il controllo motorio volontario del loro arto artificiale, sfruttando la funzione muscolare residua nell’avambraccio. Tuttavia, l’eccessiva dipendenza dalla vista dovuta all’assenza di un feedback sensoriale è un problema che contribuisce alla difficoltà di sentire la mano bionica come parte integrante del proprio corpo e quindi alla mancanza di naturalezza nell’utilizzarla.

Recentemente, diversi gruppi di ricercatori sono riusciti a fornire un feedback tattile (ovvero la sensazione del tatto, ad esempio quando sfiori o afferri un oggetto) ai pazienti amputati utilizzando diversi approcci, migliorando nei pazienti sia l’utilizzo sia la sensazione di ‘appartenenza’ delle protesi al proprio corpo. Tuttavia, le informazioni fornite al paziente da tali protesi rimanevano limitate: la “propriocezione”, cioè la capacità del nostro cervello di conoscere istante per istante e con esattezza la posizione nello spazio della mano e delle dita sia da fermi che durante il loro impiego (anche al buio o a occhi chiusi), è prevalentemente assente nelle protesi sviluppate finora.

LA RICERCA

“Nel nostro studio – spiegano il professor Silvestro Micera – abbiamo dimostrato che la sostituzione sensoriale basata sulla ‘stimolazione intraneurale’ è in grado di fornire un feedback propriocettivo in tempo reale e in combinazione con un feedback tattile sensoriale. Il cervello riesce facilmente a combinare le informazioni in maniera efficace ed i pazienti riescono ad utilizzarle in tempo reale con ottime prestazioni”. Con la stimolazione intraneurale il normale flusso di informazioni che giungono dall’esterno viene ripristinato tramite impulsi elettrici inviati da elettrodi inseriti direttamente nei nervi dell’arto superiore amputato; il paziente dopo un apposito training impara progressivamente a tradurre questi impulsi in sensazioni di natura tattile e/o propriocettiva.

Questo approccio ha permesso a due soggetti amputati di riguadagnare un’elevata ‘acuità propriocettiva’, con risultati paragonabili a quelli ottenuti in soggetti sani. La simultanea presenza di un feedback propriocettivo e di uno tattile ha consentito ad entrambi gli amputati di discriminare le dimensioni e la forma di quattro oggetti con un importante livello di accuratezza (75,5%).

“Questi risultati dimostrano che le informazioni tattili e propriocettive fornite in contemporanea tramite la stimolazione intraneurale possono essere sfruttate simultaneamente ed efficacemente dagli amputati” commenta Edoardo D’Anna, primo autore dello studio, ricercatore presso il Politecnico di Losanna.

“Questo importante risultato segue di poco il nostro recente studio pubblicato su Annals of Neurology dove abbiamo dimostrato nei pazienti coinvolti che è possibile utilizzare a lungo termine (molti mesi) questo tipo di tecnologia esplorandone anche la valenza clinica. Inoltre, nei pazienti con dolore da ‘arto fantasma’ (dolore percepito nella mano amputata) la mano robotica sensorizzata ha determinato un sensibile miglioramento della sintomatologia”, spiega il professor Paolo Maria Rossini, responsabile clinico degli studi.

Questi studi aprono alla realizzazione di arti bionici in grado di dare al paziente informazioni che giungono dal mondo esterno e contemporaneamente di reagire in risposta agli stimoli ricevuti (protesi bidirezionali), e in grado di trasmettere sensazioni più ricche e comparabili a quelle percepite da un arto in carne ed ossa. I risultati ottenuti complessivamente depongono a favore di un futuro utilizzo in ambito clinico delle protesi bidirezionali.

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