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Cuore: sorvegliato speciale (anche da remoto) in caso di insufficienza cardiaca

1 Giugno 2020
Ricerca

I pazienti affetti da insufficienza cardiaca sono dei veri e propri sorvegliati speciali perché la loro condizione può andare incontro a pericolose riacutizzazioni che li mette in pericolo di vita, generando frequenti visite al pronto soccorso e ricoveri in ospedale. In condizioni d’emergenza, quali quelle che si sono verificate negli ultimi mesi, diventa tuttavia molto difficile seguire questi pazienti in ambulatorio o in regime di ricovero, perché questo in epoca COVID può essere davvero molto rischioso. La tecnologia e la teleassistenza, possono venire incontro alle esigenze dei malati e degli operatori sanitari: facendo di necessità virtù in momenti così difficili sono stati implementati dei percorsi sperimentali che probabilmente saranno la routine nel prossimo futuro.

Già da mesi, in diversi Paesi tra i quali il nostro, è in corso una sperimentazione su un particolare sistema di monitoraggio dello insufficienza cardiaca, messo a punto dalla start-up israeliana Vectorious Medical Technologies. E’ il V-LAP, un vero e proprio microcomputer (pesa 5 grammi e misura circa 3 mm) che ha l’aspetto di una trottolina di fili metallici intrecciati. V-Lap viene impiantato nel cuore a livello del setto interatriale (la sottile parete che separa i due atri) con la sua antennina che ‘guarda’ verso l’atrio sinistro. Il cardiologo risale verso il cuore, a partire dalla vena femorale, con uno speciale catetere sulla punta del quale è posizionato V-LAP. La tecnica di impianto è la stessa utilizzata per gli ‘ombrellini’ che chiudono i difetti congeniti delle cavità cardiaca. L’intervento si effettua in sedazione e dura meno di un’ora.

Una sentinella nel cuore

V-LAP è una sentinella che prontamente segnala quanto succede nel cuore del paziente e avvertendo tempestivamente il medico degli aumenti di pressione dell’atrio sinistro che possono precedere, anche di settimane, i sintomi quali l’affanno o le palpitazioni. Prima che questo si verifichi, il medico può contattare il proprio paziente e modificare la sua terapia, ad esempio aumentando la dose dei diuretici. In questo modo si scongiura la crisi e si risparmia al paziente una corsa al pronto soccorso e il successivo ricovero.

Questo gioiello tecnologico è un sensore, che comunica i valori di pressione dell’atrio sinistro ad una speciale cintura indossata dal paziente, che funge allo stesso tempo da ricevitore del segnale proveniente dal cuore e da batteria (ricarica V-LAP da fuori per induzione). Spingendo un apposito bottone sulla cintura, il paziente invia una volta al giorno le informazioni ricevute dal sensore alla cloud, da dove il suo cardiologo le legge. Il medico è così in grado di valutare in ogni momento anche dal suo telefonino giorno per giorno, il grado di compenso del suo paziente, senza farlo venire in ambulatorio, ma leggendo i suoi dati da remoto e può intervenire rapidamente per modificare la sua terapia, prima che l’insufficienza cardiaca si riacutizzi.

“Questa tecnologia – commenta il dottor Domenico D’amario, dirigente medico presso la UOC di Cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS (diretta dal Professor Filippo Crea) e membro del comitato per la formazione e l’implementazione della telemedicina e e-health della Società Europea di Cardiologia-Associazione sull’insufficienza cardiaca (ESC-HFA) – ci consente di avere delle misurazioni dirette dall’atrio sinistro, cosa che finora era possibile solo ricorrendo ad un esame invasivo come il cateterismo cardiaco. Avere a disposizione queste misurazioni è importante, perché l’aumento della pressione in atrio sinistro precede di qualche giorno la comparsa dei sintomi. L’altro vantaggio è che questo sistema non funziona con batterie interne (che diventerebbero difficili da sostituire), ma viene ricaricato per induzione dall’esterno. E’ collegato ad una piattaforma cloud, da dove il cardiologo può controllare giornalmente come sta andando la pressione nel cuore del suo paziente e quindi modificare la sua terapia in caso di necessità. Si tratta di un’innovazione molto importante soprattutto per i pazienti fragili; questo ci ha aiutato molto anche durante l’emergenza pandemica, quando far venire in ospedale questi pazienti sarebbe stato davvero molto rischioso. Ma anche in futuro, riuscire a controllare da remoto questi pazienti, offrirà grandi vantaggi, diminuendo il numero di contatti medici all’interno dell’ospedale e immaginando una gestione della patologia cronica complessa più condivisa fra centri ad alta specialità, paziente e territorio. Strumenti come V-LAP ci consentiranno di gestire e trattare da remoto, fuori dall’ospedale questi pazienti, attivando una rete con i medici di famiglia e con l’assistenza domiciliare, limitando quindi l’accesso all’ospedale solo ai casi più gravi che richiedono un ricovero”.

La valutazione della sicurezza e dell’accuratezza dei dati inviati da V-LAP è in corso in quattro Paesi del mondo (Italia, Israele, Germania e Gran Bretagna) all’interno dello studio VECTOR-HF; è la prima volta che questo sensore viene sperimentato nell’uomo, su una ventina di pazienti. “Al Gemelli – rivela il dottor D’Amario – ne sono stati impiantati già due (su due pazienti di 75 e di 60 anni), ma ne abbiamo già altri in attesa. I risultati ottenuti finora saranno presentati il 26 giugno come trial clinico late breaking, nella parte dedicata alle innovazioni, al congresso Euro-PCR, che è il congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC) dedicato alla cardiologia interventistica”.

Che cos’è e come si cura l’insufficienza cardiaca

L’insufficienza cardiaca è una condizione molto comune soprattutto nella popolazione anziana ed è causa di frequenti ricoveri in ospedale per le riacutizzazioni. Il paziente presenta fame d’aria, gonfiore alle caviglie e alle gambe, riferisce una grande spossatezza, di notte non respira bene da sdraiato, può accusare disturbi digestivi e lamenta un calo dell’appetito. Tutto questo è dovuto al fatto che il muscolo cardiaco, indebolito dall’insufficienza, non riesce più a pompare sangue ossigenato verso gli organi e questo causa un accumulo di liquidi non solo a livello delle gambe, ma anche dei polmoni, fino a determinare il cosiddetto edema polmonare acuto, che rappresenta l’emergenza che porta questi pazienti in pronto soccorso.

Questa condizione si tratta con una serie di farmaci (ACE-inibitori, beta-bloccanti, anti-aldosteronici, inibitori di neprilisina/valsartan, dapagliflozina, diuretici) e con speciali pacemaker anti-insufficienza. Fondamentale è il monitoraggio attento delle condizioni del paziente e del suo peso (un aumento repentino di peso deve far pensare ad un accumulo di liquidi e dunque al rischio di edema polmonare).

Le dimensioni del problema

Si stima che almeno un milione di italiani (l’1,7% della popolazione) sia affetto da insufficienza cardiaca (nel mondo 27 milioni di pazienti, il 7% della popolazione anziana). Questa condizione rappresenta l’epilogo di una serie di malattie cardiache, dall’infarto, alle malattie valvolari, alle cardiopatie congenite.  Nel nostro Paese l’insufficienza cardiaca rappresenta la prima causa di morte per patologie cardiovascolari (un paziente su due muore entro 5 anni dalla diagnosi) e rappresenta la prima causa di ospedalizzazione, generando 190 mila ricoveri l’anno, per un costo stimato di 3 miliardi di euro. “Questa condizione – conclude il dottor D’Amario – ha una prognosi sovrapponibile a quella di un tumore in fase avanzata, ma le persone, e i pazienti stessi, non hanno consapevolezza di questo rischio. La conseguenza è che questi pazienti arrivano spesso da noi tardi e in cattive condizioni”.

Maria Rita Montebelli

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