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Quando la cura ha un cuore

11 Giugno 2026
Assistenza

In occasione della Festa del Sacro Cuore 2026 una mattinata di riflessione, spiritualità e condivisione nella Hall della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS. Al centro il tema “Amare secondo il Cuore di Gesù Cristo”, sulle orme di Francesco d’Assisi e Bonaventura da Bagnoregio, per ripensare cura, sostenibilità e fraternità.

Si è svolto giovedì 11 giugno 2026, nella Hall della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, l’evento alla vigilia della Festa del Sacro Cuore 2026, dedicata al tema “Amare secondo il Cuore di Gesù Cristo sulle orme di Francesco d’Assisi e Bonaventura da Bagnoregio. Per un’economia etica, equa e solidale”.

Non una celebrazione rituale, ma un’occasione di pensiero, spiritualità e confronto pubblico, in cui la tradizione del Sacro Cuore, cui l’Università Cattolica è intitolata, è stata posta in dialogo con alcune grandi questioni del nostro tempo: la cura, la giustizia sociale, la sostenibilità delle istituzioni sanitarie, il rapporto tra economia e dignità della persona.

La mattinata si è aperta con i saluti del professor Giuseppe Fioroni, vicepresidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori; della professoressa Antonella Occhino, preside della Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; del professor Alessandro Sgambato, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo; e del dottor Daniele Piacentini, direttore generale della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS. A introdurre i lavori è stato S.E. Monsignore Claudio Giuliodori, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Università Cattolica.

A tracciare il primo asse interpretativo dell’incontro è stato il Vicepresidente Fioroni, che ha posto al centro della riflessione una parola decisiva: gratuità. “Parlare di economia civile e di cura della persona”, ha evidenziato, “significa andare alla radice di un modo diverso di intendere le relazioni umane. In questa prospettiva, Gesù rappresenta l’esempio più alto dell’amore gratuito: il dono che non calcola, il legame che non si lascia imprigionare nella logica del tornaconto”.

“È un paradigma radicalmente alternativo rispetto a quello che spesso domina il presente. La vita quotidiana,” ha osservato Fioroni” è sempre più attraversata da una visione mercantile dei rapporti: io do a te, tu dai a me; io faccio qualcosa per te, tu mi restituisci qualcosa. È la grammatica dello scambio, della convenienza, del mercato assunto come modello dei legami umani. Il messaggio cristiano, invece, consegna una logica diversa: rilanciare la relazione tra le persone, riscoprire il dono, riconoscere nell’altro non un contraente, non un utente, non un numero, ma un volto.

Dentro questo orizzonte, san Francesco d’Assisi rimane una figura luminosa. Egli mostra la restituzione del bene ricevuto, la fraternità come forma concreta di giustizia, la pace e la giustizia sociale come dimensioni inseparabili, chiamate a camminare insieme. L’economia civile nasce precisamente da qui: dalla possibilità di pensare e praticare un modo altro di fare economia, che non si fermi al profitto, al costo, al rendimento, ma sappia sostare davanti alla dignità dell’uomo, alla sua crescita, al suo sviluppo integrale”.

Fioroni ha richiamato anche “il percorso di riflessione maturato nei mesi precedenti attorno al messaggio di Gesù, all’insegnamento di Francesco e alla sapienza di Bonaventura da Bagnoregio: un modello economico e relazionale profondamente diverso da quello che troppe volte domina la nostra epoca. Non un sistema disincarnato, ma una visione capace di misurarsi con la persona concreta, con le sue ferite, con le sue attese, con la sua domanda di riconoscimento”.

In questa cornice si inserisce pienamente il tema della cura del paziente. Il riferimento al Policlinico Gemelli, all’Università Cattolica del Sacro Cuore e alla figura di padre Agostino Gemelli non è soltanto istituzionale, ma identitario. Accostarsi al malato significa, per una realtà come il Gemelli, farlo con lo stesso spirito con cui ci si accosta a Cristo sofferente.

La malattia, infatti, non è mai soltanto un fatto clinico. Isola, spezza le abitudini, interrompe le sicurezze, restringe l’orizzonte, espone la persona alla vulnerabilità. Questo isolamento non può essere vinto dall’indifferenza, che è sempre una forma grave di abbandono, ma dalla vicinanza: una prossimità in grado di ricostruire legami, rigenerare speranza, restituire dignità anche quando la vita appare fragile, ferita, minacciata.

La cura, allora, non può essere ridotta a un atto tecnico, terapeutico o medico. La competenza scientifica resta essenziale, ma non basta. Curare significa testimoniare concretamente che il malato non coincide mai con la sua patologia. Vuol dire affermare, con i gesti prima ancora che con le parole, che quella vita continua ad avere valore, anche quando è provata, anche quando è debole, anche quando sembra avvicinarsi al proprio limite.

Per questo, in un luogo che si richiama all’Università Cattolica, la salute non può essere letta soltanto attraverso la logica del costo. Chi è malato non può diventare un peso, uno scarto, un residuo di efficienza. La cultura dello scarto è incompatibile con la missione del Gemelli. Ogni paziente resta una persona da accompagnare sempre e comunque: nei passaggi più complessi, nelle condizioni più difficili, persino quando la vita sembra avviarsi al suo compimento.

“La cura,” ha concluso Fioroni,” non è un atto freddo. È la capacità di abitare la vulnerabilità di chi ci sta di fronte, la scelta di non arretrare davanti alla sofferenza. È una forma concreta di economia civile, perché rimette al centro ciò che nessun mercato può comprare: la dignità, la relazione, la prossimità, la speranza. Nel segno di Gesù, di san Francesco e dell’insegnamento di san Bonaventura, la missione assistenziale va dunque rilanciata e rafforzata: non come scambio, non come mercato, non come prestazione impersonale, ma come dono, responsabilità e restituzione di umanità”.

Sulla stessa linea, la professoressa Occhino ha posto l’accento sulla natura relazionale dell’economia. “Nessun fatto economico, ha rimarcato, è privo di conseguenze: ogni scelta produce un impatto sulla comunità, sull’ambiente, sui legami sociali, sul tessuto complessivo della convivenza. Da qui l’esigenza di una guida etica e di un nesso profondo tra solidarietà e giustizia”.

Nel suo intervento, la preside della Facoltà di Economia ha richiamato “l’attualità di Francesco d’Assisi e di Bonaventura da Bagnoregio, figure capaci di consegnare ancora oggi criteri interpretativi essenziali per leggere l’economia non come meccanismo impersonale, ma come trama di rapporti. La persona, in questa prospettiva, non è mai un soggetto isolato: vive dentro responsabilità, interdipendenze, ricadute concrete”.

Il professor Sgambato ha quindi riportato l’attenzione all’identità originaria dell’Ateneo, legata alla visione di padre Agostino Gemelli e alla determinazione di Armida Barelli. “L’intitolazione al Sacro Cuore,” ha ricordato,” non fu una scelta formale né semplicemente devozionale, ma l’indicazione di una missione: fare dell’Università Cattolica un luogo in cui il sapere si traduce in servizio alla comunità e al bene comune.

Per la Facoltà di Medicina e Chirurgia, questa identità assume un significato particolarmente forte. Formare professionisti della salute significa educarli a riconoscere nel paziente non solo una persona da assistere, ma un fratello da aiutare. Citando san Camillo de Lellis, Sgambato ha richiamato l’immagine del mettere più cuore nelle mani: unire competenza e umanità, rigore scientifico e compassione, professionalità e prossimità”.

Il dottor Piacentini ha insistito sul legame profondo tra Università Cattolica e Policlinico Gemelli, luogo in cui ricerca, didattica e assistenza si intrecciano ogni giorno. “Questa integrazione,” ha spiegato,” rappresenta da oltre sessant’anni una delle caratteristiche più forti del Campus Gemelli: un ambiente nel quale competenze, valori e persone lavorano fianco a fianco per garantire ai malati la migliore qualità possibile delle cure, al personale un contesto qualificato ed efficace, agli studenti uno spazio di formazione e crescita”.

“Per offrire qualità,” ha osservato Piacentini,” servono organizzazione, tecnologie, competenze solide e professionisti preparati. Ma per realizzare davvero una buona assistenza occorre anche farlo con il cuore. Da qui una prospettiva precisa anche sul piano gestionale: spesso si sostiene che, se si è economicamente sostenibili, allora si riesce a curare bene. Il Gemelli, ha sottolineato, guarda anche alla direzione opposta: se si cura bene, alla fine si diventa anche sostenibili”.

Monsignor Giuliodori ha collocato l’iniziativa nel solco spirituale e culturale dell’Ateneo, richiamando il significato profondo della denominazione Università Cattolica del Sacro Cuore. “A uno sguardo immediato,” ha osservato,” essa potrebbe apparire come un riferimento prevalentemente devozionale, forse persino legato a una sensibilità del passato. In realtà, giorno dopo giorno, si rivela per ciò che profondamente è: un elemento di grande respiro, una sorgente continua di senso, valore e orientamento”.

Giuliodori ha evocato anche un passaggio particolarmente significativo: l’incontro con Papa Leone, il 27 aprile, in occasione della benedizione della prima pietra del Centro Cuore. In quella circostanza, il Santo Padre aveva sottolineato la forza profetica di questa denominazione, riconoscendovi l’orizzonte originario della grande visione dei fondatori. Collocare un’istituzione accademica dentro tale prospettiva significa, infatti, darle una valenza che oltrepassa la contingenza: iscriverla nel tempo, ma anche aprirla a ciò che supera il tempo.

“Il Sacro Cuore,” ha proseguito l’assistente ecclesiastico generale,” ricorda che Gesù Cristo, Figlio di Dio, è venuto in mezzo agli uomini e ha dato la vita perché tutti potessero sperimentare la salvezza nel suo significato più profondo. Nell’esperienza umana, il cuore è l’organo che non riposa mai: mentre altri organi conoscono momenti di pausa e rigenerazione, esso si rinnova lavorando, di giorno e di notte. E il giorno in cui si ferma, ha aggiunto, significa che siamo entrati nel grande battito del cuore di Dio”.

“Da questa consapevolezza nasce l’esigenza di rimettersi continuamente in discussione, aprire nuovi orizzonti, ripensare anche ciò che si fa ogni giorno. Richiamando l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone.” Giuliodori ha sottolineato la necessità di affrontare con discernimento le questioni del nostro tempo, in particolare quelle poste dalle innovazioni tecnologiche e dall’intelligenza artificiale. Alle università, ha evidenziato, viene chiesto oggi di essere luoghi di formazione capaci di tenere insieme i saperi.

In questa direzione si colloca anche il Piano strategico dell’Ateneo, che ha posto al centro la scuola dei saperi e dell’integrazione dei saperi. L’iniziativa del Sacro Cuore, in questo senso, è apparsa come una concreta esperienza di dialogo tra ambiti diversi: il sapere spirituale, la tradizione religiosa francescana, l’economia, la sanità, la medicina e la ricerca scientifica. Percorsi differenti, accomunati da un denominatore essenziale: la solidarietà”.

Giuliodori ha quindi richiamato “l’enciclica Dilexit nos, dedicata da Papa Francesco al Sacro Cuore, indicandola come una chiave di lettura fondamentale anche per comprendere il senso più ampio del magistero recente. La prospettiva da cui muovere, ha concluso, è quella di un cuore che non separa mai la verità dall’amore, la conoscenza dalla compassione, la ricerca scientifica dalla responsabilità verso l’uomo. È da qui che nasce anche il significato più profondo dell’essere università: non semplicemente produrre sapere, ma generare umanità; non soltanto formare competenze, ma custodire persone; non solo abitare il presente, ma orientarlo verso una speranza più grande”.

Il momento centrale dell’incontro è stato rappresentato dalla tavola rotonda “Economia civile e cultura della cura”, moderata dal professor Giuseppe Fioroni, vicepresidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori; padre Vincenzo Battaglia, membro dell’Ordine dei Frati Minori, professore emerito di Teologia della Pontificia Università Antonianum di Roma e già presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale; Giovanni Addolorato, professor ordinario di Medicina interna; e Americo Cicchetti, professore ordinario di Organizzazione aziendale presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il confronto ha intrecciato prospettive diverse: la tradizione francescana, la teologia, la medicina, l’organizzazione sanitaria, l’economia civile. Al centro, una domanda decisiva: come costruire istituzioni capaci di curare senza ridurre la cura a prestazione, di amministrare senza trasformare l’economia in puro calcolo, di innovare senza smarrire il volto della persona?

Padre Battaglia ha riportato la riflessione alla sorgente evangelica e francescana del tema. Richiamando l’enciclica Dilexit nos di Papa Francesco e l’esortazione apostolica Dilexi te di Papa Leone XIV, ha evidenziato che il cuore non è un’immagine sentimentale, ma il centro personale in cui la vita dell’uomo trova unità. E l’unica realtà capace di unificare davvero tutto, in definitiva, è l’amore.

“Nella figura di Francesco d’Assisi,” ha spiegato Battaglia,” l’incontro con il lebbroso diventa il punto di svolta di una conversione che trasforma la distanza in prossimità. Francesco non osserva la sofferenza da lontano, ma si lascia cambiare dall’incontro con il povero, il malato, l’escluso. La sua non è filantropia dall’alto, ma fraternità vissuta, misericordia incarnata, capacità di riconoscere Cristo nel volto ferito dell’altro.

In questa prospettiva, il Sacro Cuore, l’esperienza di Francesco e il pensiero di Bonaventura convergono in un’unica visione: l’amore di Dio non resta astratto, ma diventa storia, relazione, responsabilità, cura. È un messaggio che parla con forza anche al nostro tempo, segnato da solitudini profonde, disuguaglianze crescenti e fatica a riconoscere l’altro come fratello”.

Nel contesto del Policlinico Gemelli, il tema dell’assistenza ha assunto un significato particolarmente concreto attraverso l’intervento del professor Addolorato. Al centro del suo racconto, l’esperienza avviata per garantire percorsi di presa in carico ai pazienti più poveri e fragili, in particolare alle persone senza fissa dimora. In un Paese democratico, ha osservato, non è accettabile che alcune categorie di cittadini restino escluse dall’accesso alle cure primarie.

Addolorato ha ricostruito la nascita di un progetto pensato per intercettare persone che, senza un accompagnamento adeguato, arrivavano spesso in ospedale solo attraverso il Pronto soccorso, in condizioni ormai compromesse. “L’intuizione era semplice e radicale: non dimettere una persona fragile lasciandola sola, ma costruire un percorso di continuità, capace di seguirla anche dopo la fase acuta”.

“Quel progetto, nato tra dubbi sulla sostenibilità e forte convinzione etica, ha dimostrato che prendersi cura prima significa curare meglio. Vuol dire evitare l’aggravamento delle condizioni cliniche, ridurre accessi impropri, contenere ricoveri ripetuti, costruire itinerari meno frammentati. Significa, soprattutto, restituire dignità a persone che troppo spesso restano invisibili. L’assistenza ai più fragili, ha concluso Addolorato, non è soltanto un dovere etico: è anche una scelta intelligente, razionale, sostenibile”.

A chiudere il quadro degli interventi della tavola rotonda, il professor Cicchetti ha ricondotto il tema alla domanda fondamentale sul fine dell’economia. Se questa disciplina è il tentativo di utilizzare nel modo migliore possibile le risorse disponibili per accrescere il benessere delle persone, allora non può essere misurata soltanto attraverso indicatori di produzione e ricchezza.

“Occorre chiedersi,” ha spiegato Cicchetti,” se un sistema economico generi qualità della vita, felicità, accesso equo alle opportunità. La questione non riguarda soltanto l’obiettivo, perché un’economia etica, equa e solidale è, almeno in linea di principio, un traguardo condivisibile. Il nodo vero è come raggiungerlo”.

Ripercorrendo le grandi modalità storiche di governo dell’economia, dal mercato allo Stato, Cicchetti ha indicato nell’economia civile una prospettiva più ampia. “Non si tratta di demonizzare il mercato né di assolutizzare lo Stato, ma di riconoscere che l’uomo non è soltanto un individuo che massimizza il proprio interesse, né soltanto un cittadino amministrato da un apparato pubblico. L’essere umano è una persona in relazione: vive di legami, fiducia, reciprocità, responsabilità”.

“Da questo punto di vista, l’economia civile non è un ornamento morale dell’economia, ma il tentativo di riportarla alla sua radice più autentica: il servizio alla vita buona delle persone, alla giustizia dei rapporti, alla qualità dei legami sociali. Francesco e Bonaventura, ” ha rimarcato Cicchetti,” non sono soltanto figure spirituali da evocare in modo suggestivo, ma consegnano una visione profondamente attuale: la povertà come libertà dal possesso, la fraternità come forma concreta della convivenza, la minorità come antidoto alla pretesa di dominio, la restituzione come principio di giustizia”.

La Festa del Sacro Cuore è poi proseguita, alle 12, con il momento corale e l’intrattenimento musicale affidato a “Forza Venite Gente!”, che ha conferito alla mattinata anche il tono della partecipazione e della festa comunitaria. Alle 13, nella Cappella San Giovanni Paolo II, all’interno della Hall del Policlinico Gemelli, si è tenuta la Celebrazione eucaristica, momento conclusivo dell’iniziativa.

La giornata ha consegnato un messaggio chiaro: il Sacro Cuore non appartiene soltanto al linguaggio della devozione, ma può diventare una chiave per leggere il presente. In un tempo segnato da disuguaglianze, fragilità sociali e domande crescenti di cura, l’invito emerso dal Gemelli è quello di rimettere al centro la persona, facendo dell’economia uno strumento di giustizia e della pratica assistenziale una cultura condivisa.

Sulle orme di Francesco d’Assisi e Bonaventura da Bagnoregio, la Festa del Sacro Cuore 2026 ha ricordato che ogni istituzione, soprattutto quando educa, cura e accompagna, è chiamata a una responsabilità più alta: custodire l’umano, servire la vita, dare forma concreta a un’economia davvero etica, equa e solidale.

Angelo Palmieri

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