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Intelligenza artificiale alleata dei medici per prevedere chi si ammalerà di demenza

2 Maggio 2022
Ricerca

La diagnosi precoce potrebbe in futuro cambiare il corso delle cure. Al Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS-Università Cattolica e l’IRCCS San Raffaele, l’Assemblea Generale del progetto internazionale AI-Mind “Strumenti di intelligenza digitale per lo screening della connettività cerebrale e la stima del rischio di demenza nelle persone affette da disturbo cognitivo lieve”.

In Italia ci sono quasi 400 mila persone che nel giro di 3-5 anni andranno certamente a ingrossare le fila dei pazienti con demenza; si tratta di soggetti di fatto già ammalati di una forma molto iniziale (prodromica) di malattia: con l’aiuto dell’intelligenza artificiale i medici potranno scovare per tempo questi individui, prima cioè che manifestino i sintomi irreversibili e progressivi della patologia. Questo potrebbe cambiare il corso delle cure, una volta che si rendessero disponibili dei nuovi farmaci contro l’Alzheimer, la forma più diffusa di demenza e anche permettere un intervento mirato e precocissimo con i farmaci attualmente disponibili e sui fattori di rischio/protezione che sono già noti.

È proprio a tale scopo che è in corso uno studio europeo su intelligenza artificiale e demenze, che sarà il cuore di un incontro, previsto mercoledì 4 e giovedì 5 maggio 2022. In queste due giornate presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS-Università Cattolica e l’IRCCS San Raffaele si svolgerà, infatti, l’Assemblea Generale (General Assembly) del progetto internazionale AI-Mind, questo il nome dello studio, “Strumenti di intelligenza digitale per lo screening della connettività cerebrale e la stima del rischio di demenza nelle persone affette da Disturbo cognitivo lieve”. Il progetto è finanziato dalla Commissione Europea con circa 14 milioni di Euro; l’Italia partecipa al progetto con 4 unità operative. Obiettivo della General Assembly dello studio AI MIND è fare il punto sui progressi del progetto i cui primi risultati dovrebbero essere disponibili e applicabili entro i prossimi due anni.

In Italia, rileva il professor Paolo M. Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Scienze della Riabilitazione dell’IRCCS San Raffaele, ci sono circa 750.000 persone con declino cognitivo lieve, ovvero soggetti con un elevatissimo rischio di ammalarsi di demenza: metà di queste è di fatto già ammalata di una forma molto iniziale (prodromica) di demenza che si svilupperà in modo evidente nei successivi 3-5 anni mentre la rimanente metà rimarrà autonoma e procederà secondo le normali curve di invecchiamento fisiologico. 

L’identificazione all’interno della popolazione di età superiore ai 60 anni di soggetti con ‘disturbo cognitivo lieve’ ovvero di quelle persone che – pur essendo ancora sostanzialmente sane –  hanno un elevatissimo rischio di sviluppare demenza, rappresenta una delle urgenze maggiori in tema di politiche sanitarie per la corretta allocazione delle risorse economiche per questa patologia, spiegano i professori Camillo Marra del Dipartimento di Scienze dell’Invecchiamento, Neurologiche, Ortopediche e della Testa-Collo e Clinica della Memoria della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Americo Cicchetti, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica (ALTEMS). 

Il progetto AI-MIND, si propone come strumento decisionale di supporto per l’identificazione precoce di questi soggetti a rischio di sviluppare la demenza, attraverso l’applicazione dell’intelligenza artificiale a innovativi strumenti di indagine neurofisiologica, neuropsicologica e genetica.

AI-MIND è un progetto europeo promosso dal programma di ricerca e innovazione dell’UE per il 2021-2027 Horizon 2020; coinvolge quindici partner provenienti da otto paesi europei. Il progetto vede coinvolti oltre 100 ricercatori europei in un consorzio che include neurologi, geriatri, psichiatri, bioingegneri, statistici, bioinformatici ed esperi dell’Health Technology Assessment. Lo studio vede anche la partecipazione di Alzheimer Europe, l’associazione che riflette a livello europeo tutte le consorelle nazionali di Malati e famigliari.

Lo studio coinvolgerà 1000 partecipanti con lievi deficit cognitivi (MCI) di età compresa tra i 60 e gli 80 anni, che saranno reclutati in quattro paesi europei: Italia, Norvegia, Spagna e Finlandia. Per l’Italia i centri coinvolti nello studio sono appunto l’Università Cattolica (responsabile professor Camillo Marra), ALTEMS (direttore professor Americo Cicchetti); IRCCS San Raffaele (responsabile Prof. Paolo Maria Rossini) e l’azienda spin-off accademico di ricerca Neuroconnect (responsabile professor Fabrizio Vecchio).

Al momento oltre 10 milioni di persone sono affette da demenza in Europa e si stima che siano circa il doppio le persone affette da deterioramento cognitivo lieve (MCI). AI MIND si propone di fornire uno strumento in grado di rispondere ai bisogni di diagnosi precoce a basso costo e di facile fruibilità per tutti questi soggetti e le loro famiglie.

L’intelligenza umana, spiega il professor Rossini, non è in grado di estrarre in un tempo ragionevole tutte le informazioni contenute nell’esito di esami (biomarcatori) oggi eseguibili tramite test neuropsicologici avanzati, metodiche di neuroimmagini strutturale e funzionale (p.es. l’elettroencefalogramma) e test genetici. L’utilizzo di varie metodiche di Intelligenza Artificiale quali machine learning e deep learning potrà rilevare parametri e correlazioni che il cervello umano (anche quello dell’esaminatore più attento e competente) non è in grado di rilevare e di farlo sulla base di elementi che hanno un peso diverso da paziente a paziente (cioè con un approccio personalizzato).

“Con AI-Mind – concludono i professori Marra e Cicchetti – si punta a fornire uno strumento diagnostico capace di automatizzare e velocizzare un processo di elaborazione di una vasta mole di dati clinici per ciascun paziente, sì da poter arrivare nel giro di poche ore a un ‘risultato predittivo’ affidabile. La disponibilità di uno strumento di questo tipo permetterà di cambiare il paradigma diagnostico nella demenza, fornendo ai medici un supporto tecnologico che permetterà di ridurre, da un lato la variabilità di comportamento tra gli operatori, dall’altro le disuguaglianze nell’accesso alla diagnosi”.

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