Best of ASCO 2026: le novità dal congresso americano di oncologia commentate dagli esperti del Gemelli

Il Congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO 2026), tenutosi di recente a Chicago ha portato importanti novità nel campo dell’oncologia, con studi destinati a ridisegnare la pratica clinica in molte aree diverse. Nella seconda parte, il punto sulle principali novità nel tumore del polmone, nel melanoma uveale (dell’occhio) e nel tumore della prostata.
TUMORE DEL POLMONE: tra nuove speranze e studi practice-changing
LIBRETTO-432 è uno studio di fase 3, randomizzato in doppio cieco, che ha valutato il selpercatinib come terapia adiuvante (dopo chirurgia o radioterapia) nei pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule (NSCLC) in stadio precoce, (IB-IIIA) portatori di una fusione RET. Il farmaco ha determinato un miglioramento altamente statisticamente significativo e clinicamente rilevante nella sopravvivenza libera da eventi (EFS) nei pazienti in stadio II-IIIA. In particolare, selpercatinib ha ridotto il rischio di recidiva o morte dell’83% rispetto al placebo. Si tratta del primo e unico studio di fase III randomizzato a valutare l’efficacia e la sicurezza di un inibitore selettivo di RET, come terapia adiuvante in questa popolazione di pazienti. Questo apre la strada alla profilazione genomica di routine, anche nelle fasi precoci di questo tumore.
“Nel contesto della malattia operata, quindi in quello scenario nel quale la finalità è aumentare le chance di guarigione, lo studio LIBRETTO-432 ha dimostrato un importante passo avanti nel trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) con fusione di RET – spiega il professor Emilio Bria (nella foto in alto), Associato di Oncologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore della UOC Oncologia Medica, Ospedale Isola Tiberina-Gemelli Isola, Coordinatore Ricerca Clinica Oncologia Toracica, Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS-. Dopo chirurgia o trattamento radicale, i pazienti che hanno ricevuto selpercatinib in terapia adiuvante hanno mostrato una marcata riduzione del rischio di recidiva rispetto al placebo. A due anni, il 92% dei pazienti con malattia in stadio II-IIIA trattati con selpercatinib era libero da recidiva o progressione, rispetto al 61% del gruppo placebo. Il dato suggerisce che una strategia di terapia target personalizzata possa migliorare significativamente gli esiti nei pazienti con alterazioni molecolari specifiche, analogamente a quanto già osservato per EGFR e ALK. Inoltre, il trattamento è risultato molto gestibile, con tossicità principalmente rappresentate da alterazioni degli enzimi epatici, generalmente monitorabili nella pratica clinica. Sebbene siano ancora immaturi i dati di sopravvivenza globale, la consistente riduzione del rischio di recidiva osservata rende questo studio uno dei risultati più rilevanti nel campo dell’oncologia toracica di precisione. I risultati rafforzano inoltre l’importanza dell’esecuzione routinaria dei test molecolari anche nelle forme iniziali di NSCLC, al fine di identificare precocemente i pazienti candidabili a trattamenti adiuvanti mirati”.
Lo studio HARMONi-6: studio di fase 3, randomizzato in doppio cieco, presentato in sessione plenaria al congresso ASCO 2026 e pubblicato in contemporanea su Lancet. Lo studio ha valutato ivonescimab (un anticorpo bispecifico che inibisce contemporaneamente PD-1 e VEGF), in combinazione con chemioterapia, confrontandone i risultati con tislelizumab (anti-PD-1) associato a chemioterapia, come trattamento di prima linea nel NSCLC squamoso avanzato. Oltre un terzo dei pazienti presentava metastasi multiple (epatiche o cerebrali) al momento dell’arruolamento. Ivonescimab più chemioterapia hanno ridotto il rischio di morte del 34% rispetto al braccio tislelizumab più chemioterapia. La sopravvivenza globale mediana nel braccio Ivonescimab è stata di 27,9 mesi. È la prima volta nella storia dell’ASCO che un farmaco cinese (ivonescimab è prodotto da Akeso, Inc.) viene selezionato per la sessione plenaria del congresso annuale.
“Nel contesto della malattia avanzata – commenta il professor Bria – lo studio HARMONi-6 ha confermato il potenziale clinico di ivonescimab, un innovativo anticorpo bispecifico diretto contemporaneamente contro PD-1 e VEGF, nel trattamento di prima linea del carcinoma polmonare squamoso avanzato. Dopo aver già dimostrato un significativo vantaggio in sopravvivenza libera da progressione, questa analisi ad interim ha documentato per la prima volta un beneficio anche in termini di sopravvivenza globale. I pazienti trattati con ivonescimab in associazione a chemioterapia hanno migliorato la loro sopravvivenza rispetto a quella ottenuta con tislelizumab più chemioterapia, con una riduzione del rischio di morte superiore al 30%. Dal punto di vista clinico, questi risultati sono particolarmente rilevanti perché ottenuti in una popolazione con carcinoma squamoso metastatico, una malattia storicamente caratterizzata da opzioni terapeutiche limitate. Il profilo di tossicità è apparso complessivamente gestibile e coerente con il meccanismo d’azione del farmaco, sebbene siano stati osservati più eventi avversi severi rispetto al braccio di controllo. Nel complesso, HARMONi-6 rappresenta uno dei risultati più significativi emersi recentemente nel tumore del polmone squamoso e suggerisce che la duplice inibizione di PD-1 e VEGF possa costituire una nuova strategia terapeutica capace di migliorare in modo sostanziale gli outcome dei pazienti trattati in prima linea.
Lo studio CROWN. Sempre nel contesto della malattia avanzata, ma nello scenario delle malattie oncogene-addicted, l’aggiornamento a 7 anni dello studio CROWN conferma il ruolo di lorlatinib come trattamento di riferimento di prima linea per i pazienti con NSCLC ALK-positivo avanzato. “Dopo oltre sette anni di follow-up – ricorda il professor Bria – la sopravvivenza libera da progressione mediana non è ancora stata raggiunta, mentre con crizotinib rimane inferiore a un anno. Il dato più importante è che il 55% dei pazienti trattati con lorlatinib risulta libero da progressione a 7 anni, rispetto ad appena il 3% nel braccio di controllo. Inoltre, i pazienti che rimangono senza progressione nei primi due anni di trattamento presentano una probabilità vicina all’80% di continuare a essere liberi da malattia anche a sette anni. Particolarmente rilevante è anche il controllo delle metastasi cerebrali: dopo i primi 30 mesi non sono stati osservati nuovi eventi di progressione intracranica, confermando l’elevata attività del farmaco a livello del sistema nervoso centrale. Il profilo di sicurezza si è mantenuto stabile nel tempo e non sono emerse nuove problematiche dopo i primi anni di trattamento. Nel complesso, questi risultati rappresentano uno dei successi più importanti dell’oncologia di precisione e suggeriscono che, in una quota significativa di pazienti, il tumore polmonare ALK-positivo possa essere controllato per molti anni, avvicinandosi sempre più al concetto di malattia cronica, piuttosto che di neoplasia inevitabilmente progressiva”.
MELANOMA UVEALE: nuove armi a disposizione contro questo tumore raro
L’OptimUM-02 è uno studio registrativo di fase 2/3 che ha valutato la terapia con darovasertib (inibitore orale della proteina chinasi C – PKC) in combinazione con crizotinib (inibitore di c-MET) come trattamento di prima linea nel melanoma uveale metastatico, HLA-A*02:01 negativo. La combinazione ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da progressione di malattia (PFS) mediana, pari a 6,9 mesi (contro i 3,1 mesi dell’immunoterapia). Il tasso di risposta obiettiva (ORR) è stato del 37,7% nel braccio darovasertib (comprese 5 risposte complete), contro il 5,8% dell’immunoterapia.
“Questo studio, potenzialmente practice changing, apre una nuova prospettiva terapeutica per i pazienti affetti da melanoma uveale metastatico, HLA-A*02:01 negativo, per i quali al momento le opzioni terapeutiche sono molto limitate – afferma il dottor Ernesto Rossi, ricercatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuoreedirigente medico presso l’Oncologia Medica di Fondazione Policlinico Gemelli, esperto nel trattamentodel melanoma -. Il Gemelli ha preso parte allo studio OptimUM-02, risultando tra i centri a maggior arruolamento nel mondo. È attualmente in corso uno studio registrativo con il solo darovasertib come terapia neoadiuvante nel melanoma uveale e sarà disponibile un altro studio registrativo con darovasertib associato a crizotinib, come terapia adiuvante. Il Gemelli è stato selezionato per la partecipazione ad entrambi questi trial. Ad ASCO 2026è stata confermata la centralità della strategia terapeutica neoadiuvante nel melanoma, con gli studi NeoINR (nivolumab, ipilimumab e relatlimab nel melanoma in stadio III) e NeoReNi (nivolumab e relatlimab nel melanoma in stadio II) ed è stato presentato l’aggiornamento dello studio KEYNOTE-942, che supporta il potenziale ruolo del vaccino a mRNA come terapia adiuvante”.
TUMORE della PROSTATA: la terapia ormonale ‘intensificata’ migliora i risultati nei pazienti ad alto rischio
Il PROTEUS è uno studio internazionale di fase 3 presentato in sessione plenaria all’ASCO e pubblicato sul New England Journal of Medicine (NEJM). Lo studio ha valutato l’associazione apalutamide + terapia di deprivazione androgenica (ADT) rispetto alla sola ADT, in regime peri-operatorio (6 mesi prima e 6 mesi dopo l’intervento di prostatectomia radicale), nei pazienti con carcinoma della prostata localizzato, ad alto rischio o localmente avanzato. Sono stati arruolati 2.109 pazienti presso 118 centri (18 Paesi). Il tasso di risposta patologica completa/malattia minima residua è stato dell’8,9% nel gruppo trattato con apalutamide, contro l’1% del gruppo di controllo (che corrisponde ad un miglioramento di circa 9 volte); apalutamide ha ridotto il rischio di metastasi a distanza o morte del 20% e ha rinviato il tempo per la successiva terapia da 41 mesi, a circa 6 anni. Questo risultati sono stati definiti dal NEJM “un momento cruciale” nel carcinoma prostatico localizzato ad alto rischio, forma nella quale, oltre metà dei pazienti recidiva entro 5 anni dall’intervento chirurgico.
“Apalutamide è un farmaco di nuova generazione che potenzia l’inibizione androgenica, bloccando il recettore per gli androgeni a livello periferico – spiega la dottoressa Chiara Ciccarese, ricercatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e oncologa esperta di tumore della prostata presso Fondazione Policlinico Gemelli -. La deprivazione androgenica nel carcinoma prostatico è fondamentale perché questi ormoni promuovono la proliferazione delle cellule tumorali. Il PROTEUS è andato a valutare se un potenziamento della terapia ADT con apalutamide, fosse in grado di ridurre il rischio di disseminazione metastatica, aumentando il controllo locale della malattia, dopo l’intervento chirurgico. Ad oggi lo standard di cura per i pazienti con tumore della prostata localizzato ad alto rischio è rappresentato dalla prostatectomia radicale (oggi effettuata quasi sempre in chirurgia robotica, che minimizza i rischi dell’intervento e velocizza i tempi di recupero) o dalla radioterapia associata ad ADT. I risultati dello studio PROTEUS avvalorano il ruolo della terapia ormonale ‘intensificata’ in aggiunta alla chirurgia, con un buon profilo di tossicità; nei pazienti con alto rischio di ricaduta dunque, questa nuova strategia rappresenta un importante passo avanti. Questo studio inoltre è stato il primo a utilizzare la PET con PSMA (radio-tracciante altamente specifico per il tumore della prostata) per identificare la comparsa di nuove metastasi, che possono sfuggire all’imaging tradizionale con TAC e scintigrafia. Un sotto-studio del PROTEUS attualmente in corso sta valutando questa stessa strategia (chirurgia + terapia ormonale intensificata perioperatoria) rispetto alla sola prostatectomia”.
Maria Rita Montebelli


Chiara Ciccarese










