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Al Gemelli interventi ‘Robin Hood’ in utero per salvare i gemellini con sindrome da trasfusione feto- fetale

18 Luglio 2025
Assistenza

La sindrome da trasfusione feto-fetale è una complicanza che riguarda ogni anno in Italia circa 300 gravidanze gemellari monocoriali (due gemelli che condividono una sola placenta); uno dei due gemelli ‘dona’ troppo sangue all’altro (il ‘ricevente’) e si crea uno squilibrio di flussi sanguigni con un gemello ipoperfuso e l’altro sovraccaricato di sangue. Si tratta di una patologia ostetrica di nicchia, ad alto rischio di mortalità per uno o entrambi i piccoli, che può essere trattata in utero presso centri specializzati, con la fetoscopia laser, una tecnica innovativa nella quale il Gemelli si sta specializzando. Già una decina gli interventi effettuati dallo scorso autunno dall’équipe del professor Tullio Ghi.

Roma 18 luglio 2025 – Il Gemelli scende in campo per tutelare la salute dei gemellini non ancora nati e lo fa con una squadra di specialisti al top, composta dal professor Tullio Ghi, Ordinario di Ginecologia e Ostetricia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della UOC di Ostetricia e Patologia Ostetrica di Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e dalle sue assistenti, le dottoresse Alessandra Familiari ed Elisa Bevilacqua, formatesi rispettivamente presso il St. George’s University Hospital di Londra (dal professor Basky Thilaganathan, che è anche visiting professor dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) e al CHU Brugmann di Bruxelles (dal professor Jacques Jani), due templi della medicina fetale nel mondo.

Uno degli interventi nei quali il Gemelli si sta specializzando nel campo della chirurgia fetale è quello della terapia in utero della sindrome da trasfusione feto- fetale (o TTTS), patologia che riguarda ogni anno in Italia circa 300 gravidanze gemellari monocoriali (cioè due gemelli che condividono una sola placenta).

“Quello della chirurgia fetale – dichiara il professor Ghi – è un progetto ambizioso, voluto dal compianto professor Giovanni Scambia, con l’obiettivo di far diventare il Gemelli un centro di riferimento internazionale in questo settore. Si tratta di una branca molto recente della medicina, sviluppatasi all’inizio di questo secolo nei principali centri di medicina fetale del mondo e approdata in Italia solo verso il 2010. Mentre ci sono diversi centri in grado di affrontare questo intervento al Nord, al Centro Sud c’è solo Roma con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e il Policlinico Gemelli. Si tratta di interventi complessi, ma il Gemelli è in grado di offrire a queste donne e ai loro bambini un gran numero di specialisti in tutte le discipline, offrendo loro un percorso assistenziale completo e virtuoso che comprende anche la gestione del parto”.

La chirurgia fetale storicamente nasce nei primi anni ’80 come tentativo di porre rimedio in utero a rari quadri malformativi (del sistema nervoso centrale, dei polmoni, del cuore, delle vie urinarie) identificati con l’ecografia. “Sono interventi rari e con risultati clinici non sempre favorevoli – spiega il professor Ghi -. Ma oggi sempre più il cuore della terapia fetale è la correzione della sindrome da trasfusione feto-fetale, per la quale è stato documentato uno straordinario miglioramento clinico: fino al 60% di sopravvivenza senza danni neurologici di entrambi i gemelli e fino all’80% di almeno un gemello.  Va ricordato che, al contrario, in assenza di trattamento la TTTS ha una probabilità di esitare in morte perinatale di entrambi i gemelli in oltre il 90% dei casi”.

“La sindrome da trasfusione feto-fetale – afferma la dottoressa Elisa Bevilacqua – complica circa il 15% delle gravidanze gemellari con una sola placenta (monocoriali) che rappresentano una gravidanza su 3 di quelle gemellari (che a loro volta sono il 2-3% delle oltre 300.000 gravidanze che si registrano ogni anno in Italia). Si tratta di una patologia dell’architettura vascolare di quest’unica placenta, nella quale le circolazioni sanguigne dei due gemellini sono in comunicazione attraverso dei vasi (anastomosi vascolari). Se il sangue passa in modo bilanciato attraverso queste comunicazioni non ci sono problemi; ma se passa di più da un feto all’altro, si realizza la condizione di un feto ‘donatore’ (che svilupperà ipoperfusione degli organi vitali e poco liquido amniotico) e di un feto ‘ricevente’ (con cuore e circolazione sovraccarichi per eccesso di sangue in circolo e tanto liquido amniotico). In queste condizioni, il rischio di mortalità in utero o di parto molto prematuro (prima di 25 settimane) è molto elevato. Fondamentale per le gravidanze gemellari monocoriali è la sorveglianza: le donne devono fare ecografie fetali con Doppler ogni 15 giorni. Questo permette di fare diagnosi precoce, di stadiare correttamente la TTTS e, se necessario, di offrire un trattamento tempestivo, mediante chirurgia in utero. Quando il quadro ecografico mostra uno sbilanciamento del liquido amniotico e flussi sanguigni alterati a carico degli organi vitali di uno o entrambi i gemelli – spiega la dottoressa Bevilacqua – si pone indicazione all’intervento, per ristabilire un’equa ripartizione del sangue tra i due gemelli”.

La TTTS esordisce in genere tra la 17° e la 26° settimana di vita fetale. È molto importante che queste gravidanze a rischio vengano seguite presso centri specializzati di riferimento.

L’intervento per trattare la TTTS (il cosiddetto intervento ‘Robin Hood’) è la laser-coagulazione fetoscopica delle anastomosi placentari. “Si tratta di una tecnica endoscopica – spiega la dottoressa Alessandra Familiari – che consiste nell’entrare con una minuscola telecamera all’interno dell’utero, attraversando la parete addominale; questo ci permette di individuare con precisione millimetrica la posizione dei vasi ‘colpevoli’. A quel punto, dalla stessa porta d’ingresso della telecamera, viene inserita anche una fibra laser che servirà a ‘coagulare’ (cioè a bruciare) i vasi sanguigni che determinano lo scompenso di circolazione tra i due feti. Con questo intervento, separiamo le circolazioni dei due gemelli, andando di fatto a dividere in due una placenta unica (si ‘dicorionizza’ la placenta) e impedendo così un passaggio di sangue anomalo da un bambino all’altro. È una procedura molto delicata e le prime 48 ore dopo l’intervento sono quelle più critiche; naturalmente, maggiore è lo stadio di gravità della TTS, minori sono le chance di sopravvivenza dei piccoli. Questi bambini restano comunque dei sorvegliati speciali anche se l’intervento ha successo; è prassi comune sottoporli a una risonanza magnetica dopo l’intervento”.

Maria Rita Montebelli

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