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Pillole allo iodio contro la guerra nucleare? No, grazie

22 March 2022
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Le pillole di iodio sono una scaltra trovata di marketing o servono davvero a qualcosa? Ma soprattutto la loro assunzione è priva di rischi? Il professor Alfredo Pontecorvi, endocrinologo dell’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli, spiega perché non ha senso affrettarsi a fare scorte di queste pillole e perché può anche essere molto pericoloso assumerle, senza una logica e un controllo medico. La guerra fa certamente paura, ma l’ipotesi di un problema alla tiroide, dovuto al fai-da-te, è decisamente più concreto.

Avevamo da poco archiviato il tormentone dell’ivermectina e dell’azitromicina suggerite dai ‘ben informati’ sui social come terapie ‘magiche’ contro il Covid-19, inspiegabilmente e colpevolmente tenute nascoste.  Ma la guerra in Ucraina ha aperto immediatamente un altro fronte, quello delle pillole allo iodio. Basta fare un giro per le vie delle nostre città per essere attratti dacartelli pubblicitari del tono ‘proteggi tu e i tuoi cari’ grazie alle pillole allo ioduro di potassio, che dovrebbero fare da scudo nella disgraziata ipotesi di una guerra nucleare.

Ma cosa c’è di vero in tutto questo e soprattutto, queste pillole sono realmente utili? O possono addirittura rivelarsi dannose? Ne abbiamo parlato con il professor Alfredo Pontecorvi, Direttore della U.O.C. di Medicina Interna, Endocrinologia e Diabetologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Professore Ordinario di Endocrinologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma.

A che serve lo iodio e come si fa la iodioprofilassi?

Lo iodio nella vita di tutti i giorni è fondamentale per un corretto funzionamento della tiroide, visto che questa ghiandola endocrina ne ha bisogno per ‘fabbricare’ i suoi ormoni (T3 e T4). Questi non sono altro che il risultato di una fusione di due aminoacidi rivestiti da 4 (la T4 o tiroxina) o 3 (la T3) atomi di iodio. Per assicurare il corretto apporto giornaliero di iodio è sufficiente utilizzare il sale iodato al posto del normale sale da cucina: ‘poco sale, ma iodato’ è infatti lo slogan delle principali società scientifiche endocrinologiche. Al dosaggio giornaliero di 5 grammi, il sale iodato apporta i 150 microgrammi di iodio raccomandati quotidianamente dall’OMS per l’adulto (la stessa quantità contenuta nelle tanto reclamizzate e costose pillole allo iodio); per le donne in gravidanza o che allattano, invece, si raccomandano dosaggi giornalieri superiori, fino a 200-225 microgrammi, perché la mamma deve anche provvedere a fornire lo iodio necessario al feto per produrre i propri ormoni tiroidei a partire dalla 12a settimana di gravidanza .

Dove si trova in natura lo iodio?

In Italia il terreno e le acque sorgive contengono poco iodio, in particolare nella zona delle Alpi, degli Appennini e anche nelle aree centrali della Sicilia. Lo iodio è comparso tardivamente sulla faccia della terra, dopo il periodo delle grandi eruzioni vulcaniche e, conseguentemente, si è depositato negli strati più superficiali della terra, al di sopra dello strato di lava. Nel tempo le piogge lo hanno lavato via dagli strati più superficiali della terra e portato verso il mare che, infatti, ne è molto ricco. È importante però specificare che lo iodio si assorbe consumando gli alimenti o le acque che lo contengono (non respirando ‘l’aria iodata’ del mare); ne sono molto ricchi, ad esempio, il pesce e, soprattutto, le alghe. Inoltre, la globalizzazione e la grande distribuzione, quei fenomeni per cui al supermercato si trovano alimenti provenienti da tutte le parti del mondo, anche da zone ricche di iodio e non più dal proprio territorio che magari ne scarseggiava, hanno contribuito ad effettuare una ‘iodazione silente’ della popolazione. Un’altra modalità di iodazione indiretta è legata al processo di pastorizzazione del latte quando i tubi e i contenitori in cui scorre o è raccolto il latte vengono disinfettati con prodotti a base di iodio. Altre fonti di iodio sono rappresentate da dentifrici, pastiglie per la gola, disinfettanti, farmaci e mezzi di contrasto radiologici contenenti iodio.

Iodio freddo e iodio caldo. Come proteggersi dall’arrivo dello iodio radioattivo?

Una corretta iodioprofilassi serve a mantenere la tiroide satura di iodio, in modo che, qualora dovessimo all’improvviso essere esposti a iodio radioattivo, questo lo farebbe captare dalla ghiandola in misura ridotta. Una tiroide ‘sazia’ di iodio, infatti, capta meno iodio, anche quello radioattivo; viceversa, una tiroide ‘affamata’ di iodio (cioè carente), assorbirebbe una maggior quantità anche di iodio radioattivo. La supplementazionecon iodio non radioattivo (‘iodio freddo’) blocca insomma l’assorbimento degli isotopi radioattivi dello iodio (‘iodio caldo’) con un meccanismo competitivo, a livello della molecola che trasporta lo iodio all’interno della cellula tiroidea. In caso di incidente nucleare, qualora fossero liberate nell’aria grandi quantità di iodio radioattivo, e, ci tengo a precisarlo, esclusivamente in questa evenienza, sarebbe opportuno distribuire alla popolazione lo ioduro di potassio. Questo, tuttavia, andrebbe somministrato al corretto dosaggio (certamente più alto di quello oggi reclamizzato su giornali, siti Internet e farmaci), allo scopo di saturare completamente la tiroide e impedirle di captare lo iodio radioattivo. Come fu intelligentemente fatto in Polonia, con risultati eclatanti, dopo l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl del 1986 o dai giapponesi, dopo il terremoto di Fukushima del 2011.

Assumere iodio protegge da qualunque minaccia nucleare?

No, purtroppo. In caso di incidente nucleare, l’eventuale supplementazione di iodio andrebbe a proteggere solo dall’assorbimento degli isotopi radioattivi dello iodo (131I, 125I) – che hanno comunque una breve emivita, da 1 a 4 settimane –  ma non proteggerebbe certo dagli altri isotopi radioattivi emessi, quali ad esempio: il 137Cesio, che, seguendo la chimica del potassio, entra nel sangue e viene incorporato in tutti i tessuti con un’emivita di circa 30 anni; lo 90Stronzio, un calcio-mimetico che viene incorporato nelle ossa e nei denti, ma anche nei polmoni, con emivita di circa 29 anni;  il 239Plutonio che ha una spaventosa emivita di oltre 24.000 anni.

Lo iodio viene utilizzato come terapia nelle malattie della tiroide?

Per indicazioni particolari, si. Ad esempio, per preparare un paziente ipertiroideo all’intervento chirurgico si usa somministrare circa 10-20 mg di iodio al giorno (in genere sotto forma di gocce di soluzione di Lugol) a partire da 2 settimane prima dell’intervento; questo trattamento contribuisce a normalizzare la funzione tiroidea riducendo nel contempo anche la vascolarizzazione della ghiandola e il conseguente rischio di sanguinamenti intra-operatori. Inoltre, studi tedeschi hanno dimostrato un effetto dello iodio nel ridurre o bloccare la crescita dei noduli tiroidei benigni, specie se di piccole dimensioni.

Non pasticciate con lo iodio. Quali rischi si corrono?

Una dose eccessiva di iodio, superiore a 600 microgrammi al giorno per un certo periodo di tempo, può innescare una tiroidite cronica autoimmune (tiroidite di Hashimoto), che nel tempo porta alla distruzione della tiroide e all’ipotiroidismo; lo ha ben dimostrato uno studio cinese pubblicato anni fa sul New England Journal of Medicine. Nel mondo esistono alcune specifiche aree geografiche, una proprio in Cina, dove l’acqua potabile è ricchissima di iodio (ne contiene 800-900 mcg/ml) e nella quale, di conseguenza, si registra un’altissima incidenza di tiroidite di Hashimoto. Ma c’è un altro rischio, potenzialmente più severo. Se un soggetto ha una predisposizione all’ipertiroidismo, perché, ad esempio, ha un nodulo tiroideo che funziona troppo oppure una malattia autoimmune in cui la tiroide è stimolata a sintetizzare e a secernere maggiori quantità di ormoni, somministrare iodio dall’esterno equivarrebbe a gettare benzina sul fuoco; si potrebbe cioè scatenare una violenta crisi di ipertiroidismo (‘tempesta tiroidea’) la quale può provocare gravi aritmie cardiache con conseguenze anche mortali.

Per riassumere, i miei consigli pratici sono: 1) facciamo tutti ogni giorno la corretta iodoprofilassi (soprattutto i bambini) per prevenire le malattie della tiroide (gozzo, noduli, ipertiroidismo); 2) no al fai-da-te con le pillole di iodio; 3) in caso di allarme radioattivo caratterizzato da emissione di iodio radioattivo seguire le indicazioni delle Autorità competenti (Ministero della Salute, Protezione Civile, ecc.) per arrivare ad assumere la corretta dose supplementare di iodio, sotto stretto controllo medico, qualora si sappia di essere affetti da una malattia della tiroide.

Maria Rita Montebelli

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