Famiglia e fragilità: al Gemelli una giornata per ricordare che nessuno si salva da solo

Si è svolto venerdì 15 maggio 2026, nella hall del quarto piano del Policlinico Gemelli, l’incontro “Famiglia e fragilità”, promosso in occasione della Giornata internazionale della famiglia nell’ambito del progetto “Non lasciamo nessuno solo”.
L’iniziativa, organizzata dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, dall’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha rappresentato un momento di riflessione sul ruolo della famiglia nei percorsi di cura, soprattutto quando la vita viene attraversata dalla malattia, dalla vulnerabilità e dal bisogno di un accompagnamento quotidiano.
Il tema scelto ha richiamato uno dei nodi più sensibili del nostro tempo: riconoscere la famiglia come luogo primario di prossimità quando l’esistenza si fa fragile. Nella malattia, nella disabilità, nella vecchiaia, nella sofferenza psicologica e nelle fatiche improvvise che cambiano il ritmo delle giornate, la famiglia resta spesso il primo presidio umano: non un semplice contorno affettivo, ma una risorsa concreta, silenziosa, quotidiana.
Il messaggio dell’incontro è stato chiaro: nessun percorso di cura può essere ridotto a un fatto puramente tecnico, separato dalla rete di relazioni che sostiene la persona. La medicina interviene sul corpo, ma ogni paziente porta con sé una storia, una casa, affetti, paure e attese. Per questo il rapporto tra ospedale, pazienti, caregiver e legami familiari diventa sempre più decisivo. Non basta curare: occorre accompagnare, riconoscere e custodire la dignità di chi vive la prova e di chi se ne fa carico.
Ad aprire l’incontro sono stati i saluti del prof. Giuseppe Fioroni, vicepresidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, del dott. Daniele Piacentini, direttore generale della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, e del prof. Alessandro Sgambato, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Proprio Sgambato ha richiamato il valore umano e comunitario del Gemelli: «Questo ospedale è una grande famiglia. Lo è nel modo in cui accogliamo i nostri pazienti: non come numeri o casi clinici, ma come persone, come fratelli da aiutare, accompagnare e custodire. È questo il senso profondo della famiglia del Gemelli: una comunità che cura perché sa accogliere».
La presenza congiunta di queste realtà ha restituito il senso dell’iniziativa: tenere insieme cultura, ricerca, assistenza, formazione e responsabilità sociale, dentro una visione della cura che non riduce mai la persona alla sua patologia.
«La Giornata internazionale della famiglia non può esaurirsi in una ricorrenza celebrativa o in un esercizio di memoria. Deve diventare, piuttosto, un’assunzione di responsabilità. Una responsabilità che interpella ciascuno di noi — nella professione, nel lavoro, nelle scelte quotidiane — perché senza la famiglia ogni percorso umano, sociale e di cura diventa più fragile, più complesso, più difficile da sostenere».
Lo ha affermato Giuseppe Fioroni, vicepresidente dell’Istituto Toniolo, introducendo l’incontro promosso in occasione della Giornata internazionale della famiglia, dedicata quest’anno al tema delle disuguaglianze familiari e del benessere dei minori.
«Dentro una struttura ospedaliera — ha sottolineato Fioroni — la parola fragilità assume un significato concreto e immediato. La fragilità si manifesta nel momento della diagnosi, nel tempo della cura, nell’attesa di una terapia, nella fatica quotidiana della malattia. Ed è proprio lì che la famiglia rivela la sua funzione insostituibile: essere presenza, prossimità, accompagnamento; impedire che la persona malata si senta sola».
Nel suo intervento, Fioroni ha richiamato anche il valore pubblico e sociale della famiglia: «Non è soltanto il luogo privato degli affetti, ma un presidio sociale, una trama di responsabilità, un soggetto che contribuisce in modo decisivo alla tenuta della comunità. Senza nulla togliere al dovere di accoglienza e rispetto verso tutte le situazioni familiari, va riconosciuto il ruolo fondamentale della famiglia, richiamato anche dalla nostra Carta costituzionale».
Particolare attenzione è stata posta alle molte forme della fragilità: «Pensiamo alla malattia, alla disabilità, alle difficoltà economiche, al diritto allo studio, ai percorsi complessi di inserimento lavorativo. In tutti questi passaggi la famiglia resta spesso il primo argine umano e sociale, supplendo silenziosamente a carenze istituzionali e sociali».
Da qui il richiamo conclusivo: «Questa giornata deve essere un’occasione di riconoscenza verso ciò che le famiglie fanno ogni giorno, spesso senza clamore, e insieme un richiamo di responsabilità per le istituzioni, le strutture sanitarie e il mondo sociale. Dobbiamo chiederci che cosa già facciamo, che cosa possiamo fare meglio e che cosa dobbiamo ancora costruire per sostenerle nei momenti più delicati della vita».
E la chiusura ha assunto il tono di un impegno collettivo: «Oggi non celebriamo semplicemente la famiglia: ne riconosciamo il valore umano, sociale e pubblico. E rinnoviamo il dovere di starle accanto».
Nel corso della mattinata sono intervenuti anche mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e il dott. Adriano Bordignon, presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari. I loro contributi hanno collocato il tema dentro una prospettiva più ampia: spirituale, educativa, sociale e istituzionale. La fragilità, infatti, non riguarda soltanto chi si ammala, ma interroga la qualità dei legami, la capacità delle istituzioni di sostenere chi sostiene e il modo in cui una comunità sceglie di stare accanto ai suoi membri più esposti.
Mons. Giuliodori ha richiamato il Vangelo di Marco per leggere la famiglia come primo luogo della cura. In Cristo, ha ricordato, si manifesta l’amore salvifico del Padre: un amore che, dalle nozze di Cana alla casa di Pietro, diventa prossimità, attenzione ai malati, gesto concreto verso chi è fragile. Ha poi collegato questa visione alla riflessione della Chiesa sulla famiglia, dal Concilio a Giovanni Paolo II fino a papa Francesco, evidenziando la distanza tra il disegno cristiano dell’amore e una realtà sociale segnata dal progressivo calo dei matrimoni.
«Nel momento della malattia — ha sottolineato — non si può prescindere dai legami e dagli affetti». Da qui il riferimento al Gemelli, dove accoglienza sanitaria e competenza scientifica devono unirsi a sguardo, mano, vicinanza e tenerezza. Richiamando il paralitico calato dal tetto davanti a Gesù, Giuliodori ha concluso che la sanità è chiamata a tenere insieme salute e salvezza: il corpo va curato, ma la persona cerca anche senso, bene e riconciliazione.
Bordignon ha insistito sulla necessità di non considerare la famiglia come un settore specialistico, ma come una dimensione trasversale dell’esistenza. «La Giornata ONU della famiglia — ha osservato — è una ricorrenza che troppe volte passa quasi inosservata. Per questo è importante che oggi, attorno a una questione di salute, si rimetta al centro il ruolo della famiglia».
«La famiglia — ha sottolineato — non è un comparto della vita sociale: è una dimensione della vita. Non c’è fatto umano che non coinvolga la storia delle famiglie: dalla scuola ai servizi, dalle politiche pubbliche alla cura, dall’inizio alla fine della vita».
Il presidente del Forum delle Associazioni Familiari ha apprezzato l’impostazione dei lavori, centrata non solo sulla patologia ma sulla persona: «In Italia le famiglie sono spesso riconosciute come luogo dei problemi — povertà educativa, economica, relazionale — ma raramente vengono considerate nella loro integrità. Le politiche pubbliche sono state pensate per i lavoratori, per le donne, per i minori, per le persone fragili, ma molto più raramente per la famiglia come soggetto unitario».
Da qui il richiamo a leggere la persona dentro le sue relazioni: «La persona non è mai un individuo chiuso in sé stesso: vive dentro una rete di legami significativi».
Nel suo intervento, Bordignon ha ricordato anche il lavoro del Forum delle Associazioni Familiari sul terreno della prevenzione: «Occorre intervenire prima che le famiglie scivolino dalla vulnerabilità alla fragilità», richiamando, tra gli altri temi, i minori esposti al digitale, l’intelligenza artificiale e il gioco d’azzardo.
Particolare attenzione è stata dedicata ai caregiver familiari, definiti «un pilastro spesso invisibile del welfare italiano»: persone che garantiscono assistenza quotidiana e gratuita ad anziani, persone con disabilità, malati cronici o inseriti in percorsi sanitari complessi. Citando monsignor Giovanni Nervo, primo direttore della Caritas italiana, Bordignon ha ricordato che «le famiglie e i volontari portano un supplemento d’anima». Da qui due domande decisive: «Come affrontiamo la solitudine delle famiglie? E chi si prende cura di chi si prende cura?».
La conclusione ha indicato una prospettiva precisa: «La famiglia non va semplicemente assistita. Va riconosciuta come risorsa, accompagnata e capacitata, cioè messa nelle condizioni di esprimere pienamente la propria funzione sociale, educativa e relazionale».
Particolarmente significativa è stata la tavola rotonda, che ha messo in dialogo diverse competenze interne alla comunità del Gemelli. Vi hanno preso parte la prof.ssa Daniela Chieffo, responsabile dell’Unità di Psicologia Clinica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS; la dott.ssa Roberta Galluzzi, direttrice Risorse Umane e Organizzazione della Fondazione; la dott.ssa Francesca Giansante, responsabile del Servizio Sociale; e la dott.ssa Maria Rosa Russo, consigliera di amministrazione della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. A moderare l’incontro è stata Annalisa Manduca, conduttrice e divulgatrice scientifica, che ha accompagnato il confronto tra interventi istituzionali, riflessioni professionali e testimonianze.
Dal confronto è emersa una lettura ampia della fragilità: sanitaria, emotiva, relazionale, economica, lavorativa e familiare. Galluzzi ha richiamato le tante iniziative promosse all’interno del Policlinico per sostenere anche le fragilità dei lavoratori, in una prospettiva di welfare aziendale. Russo ha ricordato l’impegno dell’Istituto Toniolo e del Gemelli nella realizzazione di progetti come la Casa dei bambini, pensata per offrire ai piccoli pazienti e alle loro famiglie spazi capaci di restituire, anche dentro la sofferenza, qualcosa della naturalezza della vita quotidiana.
Chieffo ha posto l’accento sulla dimensione psicologica dell’accompagnamento: «Il nostro obiettivo è far capire alle famiglie che qui sono al sicuro. Per questo svolgiamo anche un lavoro significativo sul piano psicologico e viviamo una relazione di reciprocità». Una prospettiva che conferma come la cura non sia soltanto intervento clinico, ma anche costruzione di fiducia, ascolto e continuità relazionale.
La tavola rotonda ha mostrato quanto la fragilità richieda competenze, procedure e servizi, ma anche umanità e alleanza. In questa prospettiva, il caregiver familiare non può restare una figura invisibile: è spesso chi porta la cura dentro la vita quotidiana, accompagnando, mediando e resistendo accanto alla persona fragile.
Dentro questa cornice si è inserita anche la presenza di Tennis & Friends in corsia, con i maestri tecnici della FITP, che hanno partecipato all’evento e si sono poi recati nei reparti di Oncologia pediatrica e Pediatria. La loro visita ha portato gioco, movimento, sorrisi e piccoli doni ai pazienti e alle famiglie, anche attraverso la consegna di gadget degli IBI 2026.
Lo sport, quando entra in corsia, diventa linguaggio di relazione e fiducia: restituisce ai bambini e ai ragazzi ricoverati uno spazio di gioco, leggerezza e normalità dentro giornate segnate dall’attesa e dalla cura. E parla anche alle famiglie, perché ricorda che attorno a un figlio fragile non servono solo terapie e competenze, ma anche gesti capaci di alleggerire e far sentire meno soli.
Uno dei momenti più intensi dell’incontro è stato affidato alla testimonianza di una famiglia. Una madre ha raccontato il percorso vissuto accanto alla propria figlia, segnata da un disturbo specifico del linguaggio, sottolineando come l’accompagnamento dei professionisti abbia rappresentato, lungo tutto il cammino, una forma concreta di abbraccio comunitario.
È nelle storie reali che la parola “famiglia” smette di essere formula retorica e torna a essere carne, biografia, fatica, speranza. Ogni famiglia che attraversa la fragilità conosce il lessico dei giorni difficili: le attese nei corridoi, le notti interrotte, le domande senza risposta, la paura di non farcela, ma anche la forza inattesa che nasce quando qualcuno resta. Restare è forse il verbo più umano della cura.
Le conclusioni sono state affidate all’on. Eugenia Maria Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità.
«Celebrare la Giornata internazionale della famiglia qui è il modo migliore. Bisogna infatti promuovere l’alleanza tra mondo sanitario e famiglia, come tra scuola e famiglia: in realtà dovremmo parlare di alleanza di un’intera comunità con la famiglia, un’alleanza imperniata sulla cura. Per tanto tempo in Italia è mancata una politica familiare: le persone sono state considerate per categorie, scorporando gli individui dal contesto, innanzitutto dal contesto familiare. Il nostro governo ha messo la famiglia al centro attraverso l’azione di tutti i ministeri. Non abbiamo considerato solo i singoli attraverso una classificazione delle vulnerabilità, ma anche la famiglia, perché questo può aiutare a ricostruire la coesione delle comunità. Dobbiamo preservare l’eccezione italiana che si è andata disgregando perché la cultura della postmodernità ha teso a indebolire la famiglia, aumentando la vulnerabilità, la fragilità, la solitudine delle persone».
La famiglia è una risorsa decisiva, ma non può diventare un alibi per arretrare sul piano delle responsabilità collettive. Va riconosciuta, sostenuta, accompagnata.
La cornice di “Non lasciamo nessuno solo” ha dato all’intera mattinata una direzione precisa. Non lasciare solo nessuno significa guardare alla presa in carico come a un patto comunitario. Significa comprendere che la fragilità non è un incidente ai margini della vita, ma una possibilità inscritta nella condizione umana.
Al termine dell’evento, alle ore 13, don Nunzio Currao ha celebrato la Santa Messa presso la Cappella San Giovanni Paolo II, nella hall del Policlinico. Un momento che ha chiuso la mattinata restituendo all’accompagnamento anche la sua dimensione spirituale: quella domanda di senso che spesso emerge proprio quando la vita si incrina e chiede di essere sostenuta non solo dalle competenze, ma anche dalla speranza.
Angelo Palmieri























