Best of ASCO 2026: le novità dal congresso americano di oncologia commentate dagli esperti del Gemelli

Il Congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO 2026), tenutosi di recente a Chicago ha portato importanti novità nel campo dell’oncologia, con studi destinati a ridisegnare la pratica clinica in molte aree diverse. Nella prima parte, il punto sulle principali novità su: carcinoma del pancreas metastatico, tumore del seno in stadio precoce e sarcomi dei tessuti molli.
TUMORE DEL PANCREAS metastatico: un farmaco innovativo anti-RAS riceve una standing ovation all’ASCO
Il RASolute 302 è uno studio di fase 3 globale e randomizzato che ha valutato l’efficacia di daraxonrasib, un inibitore orale di RAS(ON) multiselettivo, su 500 pazienti con adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico, già sottoposti ad una prima linea di chemioterapia. Il daraxonrasib ha ridotto del 60% il rischio di morte, rispetto alla chemioterapia standard, raddoppiando la sopravvivenza e portandola a oltre 13 mesi (contro i 6,7 della chemioterapia). Il beneficio inoltre è stato osservato indipendentemente dalla presenza della variante RAS G12 (presente comunque in oltre il 90% di questi pazienti). Questi risultati sono stati definiti ‘trasformativi’ per questa che ad oggi rappresenta ancora una delle neoplasie più difficili da trattare. Presentato al congresso ASCO 2026, dove ha ricevuto una standing ovation di 42 secondi in sessione plenaria, il RASolute 302 è stato pubblicato in contemporanea sul New England Journal of Medicine.
“Il RASolute 302 – commenta il professor Giampaolo Tortora (nella foto in alto), Ordinario di Oncologia medica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore del Comprehensive Cancer Center di Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS e uno dei maggiori esperti internazionali di tumore del pancreas – è il primo studio randomizzato di fase 3 ad aver utilizzato il daraxonrasib, un inibitore di KRAS, attivo contro tutte le varianti e non solo contro la G12D (la più aggressiva) e la G12C, per la quale abbiamo già delle terapie, ma che purtroppo è presente solo nell’1% dei pazienti con tumore del pancreas. Avere una terapia attiva contro tutte le varianti di KRAS è di enorme importanza perché la mutazione di KRAS è presente in oltre il 90% dei tumori del pancreas ed è anche una delle mutazioni più frequenti in assoluto in tutti i tipi di tumore. In questo studio il daraxonrasib è stato confrontato con la chemioterapia di seconda linea (questi pazienti avevano già tutti ricevuto una chemioterapia di prima linea). E i risultati sono stati molto favorevoli per daroxonrasib: sia la sopravvivenza libera da progressione di malattia (PFS) che la sopravvivenza globale (OS) hanno visto un raddoppio dei mesi, rispetto a chi aveva fatto solo chemioterapia standard di seconda linea (per la OS 13,2 mesi nel braccio daraxonrasib, contro 6,6 mesi di sopravvivenza globale). La terapia è stata ben tollerata, anche se restano due effetti indesiderati importanti da affrontare: la diarrea e i rash cutanei, che potrebbero essere controllati riducendo la dose. Le due condizioni più interessanti da valutare negli studi futuri saranno la combinazione del daraxonrasib con la chemioterapia e l’utilizzo di questo farmaco da subito, in prima linea. Al Policlinico Gemelli avremo attivi tutti i prossimi studi: daraxonrasib in prima linea, in combinazione con uno dei due regimi di chemioterapia attualmente utilizzati e un terzo studio con daraxonrasib in combinazione con un altro inibitore di RAS in pazienti già trattati con diverse linee di chemioterapia. È evidente che questo rappresenta un cambio di strategia rivoluzionario perché per la prima volta siamo in grado di bloccare il vero driver di questa malattia, cosa impossibile da quando è stata scoperta la mutazione di KRAS, fino ad oggi. E le prospettive sono molto interessanti perché si aprono molti scenari, non solo nella malattia metastatica. Nel prossimo futuro possiamo immaginare un impiego di questo farmaco anche nel setting neoadiuvante, ad esempio, oppure possiamo pensare allo ‘spegnimento’ di KRAS come propedeutico e preliminare all’impiego dell’immunoterapia, che finora non ha funzionato in questo tumore. Per una volta siamo davvero tutti entusiasti di questo cambiamento. E questo giustifica ampiamente la standing ovation che c’è stata all’ASCO quando sono stati presentati i risultati dello studio RASolute 302. Un momento di condivisione di un’emozione, che purtroppo è rimasta sopita per decenni“.
TUMORE DELLA MAMMELLA: parola d’ordine less is more
OPTIMA è uno studio internazionale randomizzato di fase 3 che ha valutato l’efficacia di un test di espressione genica tumorale (Prosigna) nel guidare la decisione se effettuare o meno la chemioterapia adiuvante (cioè dopo intervento chirurgico), nei pazienti con carcinoma mammario in stadio precoce ormono-sensibile (ER-positivo, HER2-negativo), ad alto rischio clinico. I risultati, presentati all’ASCO 2026, dimostrano che le pazienti che ottengono un punteggio ROR (risk of recurrence) basso a questo test di espressione genica possono evitare in sicurezza la chemioterapia, nonostante il loro profilo di rischio clinico elevato (lo studio comprendeva pazienti con esteso coinvolgimento linfonodale, una popolazione sulla quale questi test non venivano tradizionalmente utilizzati). L’OPTIMA affronta anche la complessità di questa decisione nelle donne in pre-menopausa, per le quali il beneficio della chemioterapia (al di là dell’effetto sulla funzione ovarica) può essere difficile da quantificare.
“Per decidere in merito all’opportunità di evitare il trattamento chemioterapico dopo l’intervento chirurgico – ricorda il dottor Armando Orlandi, dirigente medico presso l’Oncologia Medica di Fondazione Policlinico Gemelli, esperto nel trattamento dei tumori della mammella – da qualche anno utilizziamo già in questo setting di pazienti un test genomico, l’Oncotype Dx, che presenta però due criticità: non è applicabile su pazienti con più di 3 linfonodi ascellari interessati dalle metastasi e non è sempre dirimente nelle donne in premenopausa; queste limitazioni sono legate all’esclusione dagli studi clinici registrativi effettuati con questa piattaforma genomica delle pazienti con più di 3 linfonodi e dall’utilizzo di terapia ormonale sub-ottimale nelle donne in pre-menopausa (mancava l’utilizzo dell’analogo LH-RH). Lo studio OPTIMA supera entrambi questi limiti: il nuovo test è stato validato su donne con fino a 9 linfonodi positivi; e, nelle donne in pre-menopausa, è stato testato in presenza della corretta e completa terapia ormonale, dimostrando che sotto un punteggio ROR di 60, la chemioterapia non è necessaria in questo particolare setting di pazienti con tumore della mammella ormono-positivo. Questo potrà portare ad una de-escalation della chemioterapia, senza compromettere la prognosi delle pazienti”.
Sempre nell’ottica della de-escalation, ad ASCO 2026 è stata presentata l’analisi finale di sopravvivenza dello studio SENOMAC, di pertinenza squisitamente chirurgica. “Lo studio – commenta il dottor Orlandi – ha confermato, con un robusto follow-up che, in presenza di 1-2 metastasi linfonodali del linfonodo ‘sentinella’, può essere evitata una linfadenectomia ascellare completa, senza impattare negativamente sulla sopravvivenza globale”.
LIPOSARCOMA: un raggio di speranza dalle cicline per questo tumore raro
Il SARC041 è uno studio di fase 3, randomizzato, in doppio cieco, su 108 pazienti arruolati in 9 centri accademici negli Stati Uniti, promosso dalla Sarcoma Alliance for Research through Collaboration (SARC), che ha valutato abemaciclib (inibitore selettivo di CDK4/6) rispetto al placebo in pazienti con liposarcoma dedifferenziato (DDLPS) avanzato o metastatico. È uno dei cinque studi presentati in sessione plenaria all’ASCO 2026.
Lo studio ha raggiunto il suo endpoint primario: la sopravvivenza libera da progressione di malattia mediana (PFS) è stata di 9,7 mesi nel gruppo trattato con abemaciclib, contro 1,5 mesi del gruppo placebo. I risultati mostrano anche una tendenza verso una sopravvivenza globale più estesa con abemaciclib.
“Sebbene alcune cautele debbano essere espresse circa il suo disegno, il SARC041è il primo studio di fase 3 ad aver conseguito risultati positivi con inibitori delle cicline nel DDLPS, malattia per la quale le opzioni terapeutiche attualmente disponibili sono scarse e danno risultati modesti – commenta la dottoressa Michela Quirino, dirigente medico presso l’Oncologia Medica di Fondazione Policlinico Gemelli, esperta nel trattamento dei sarcomi dell’osso e dei tessuti molli -. Il razionale biologico di questa terapia sta nel fatto che quasi tutti i tumori DDLPS presentano un’amplificazione di CDK4, fatto che rende questo sarcoma un bersaglio ideale per gli inibitori selettivi di CDK4/6. Gli inibitori delle cicline hanno peraltro già dato risultati positivi nello studio di fase II, TOMAS 2, di recente pubblicato su Annals of Oncology, che riguardava pazienti con sarcomi dei tessuti molli, trattati in seconda linea con la combinazione trabectedina–olaparib, rafforzando quindi la speranza che queste molecole possano dare un contributo significativo nella strategia terapeutica di questi tumori difficili da trattare”.
Maria Rita Montebelli

Armando Orlandi

Michela Quirino










