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8 marzo: non una festa, ma un impegno. Il ruolo del Comitato RiViGe e del Centro Antiviolenza S.O.S. LEI

7 March 2025
Assistance

In questa giornata Il comitato RiViGe (Risposta alla Violenza di Genere) del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS avverte l’esigenza di richiamare l’attenzione di tutti al rispetto della dignità della donna. Nel 2024 il Centro Antiviolenza S.O.S. LEI realizzato in collaborazione con WINDTRE presso il Pronto Soccorso del Gemelli ha ascoltato in presenza il grido di sofferenza di 151 donne in difficoltà per violenze di genere e ha fornito riscontro a 380 chiamate di aiuto ricevute sull’utenza telefonica dedicata.

*La lettera – manifesto del comitato RiViGe del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS

“Che la si voglia chiamare ‘Giornata Internazionale della Donna’ o ‘Festa della Donna’, la data dell’8 marzo si associa a immagini di mazzi di mimose e divertenti cene fra amiche: in questo, sembra aver scontato il destino della trasformazione consumistica che ha investito persino alcune festività religiose.

 Non tutti, infatti, ricordano il significato originario di questa ricorrenza, che fu celebrata per la prima volta ufficialmente negli USA nel lontano 1909, venendo confermata l’anno seguente sull’onda delle proteste dei lavoratori e delle lavoratrici dell’industria tessile (ventimila donne impiegate nella produzione delle camicie).

La giornata fu poi collegata alla tragedia dell’incendio che causò 140 vittime, per la gran parte donne, in una fabbrica di New York nel 1911: un ulteriore impulso a imprimere a quella data il significato di lotta per l’emancipazione della donna, nei luoghi di lavoro e non solo. 

Ed è proprio grazie al cammino di lotte che questa data rappresenta e al contributo delle 27 donne Costituenti, che esiste l’art. 37 della nostra Costituzione, che recita: “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.

Senza l’8 marzo, poi, non ci sarebbe stato neppure l’art.48 della Costituzione, in forza del quale sono definiti elettori tutti i cittadini, “uomini e donne”, per espressa volontà di un’altra donna Costituente.

Nello stesso periodo in cui la Costituzione è stata scritta, si decise anche di introdurre la mimosa come simbolo dell’emancipazione, per quel suo colore giallo e per la sua fioritura che anticipa l’arrivo della primavera, espressione della libertà conquistata da Proserpina lontana dalle grinfie di Ade, il traslato del passaggio dalla morte alla vita; una metafora potente, ancora e soprattutto oggi, delle donne che si sono battute e si battono per la piena uguaglianza di genere. 

No, l’8 marzo non è una festa commerciale. Non è neppure un rito stantio. L’8 marzo è vivo e continua ad esercitare la sua energia positiva, perché ricorda a tutte le donne che l’emancipazione è possibile, ma non è affatto un percorso concluso. Ogni traguardo conquistato è solo una tappa di un faticoso cammino, è lo starter per un nuovo obiettivo da raggiungere, per nuove conquiste sociali, economiche e politiche. Perché quell’incendio non è divampato per caso: ancora oggi sono presenti discriminazioni e violenze di cui le donne continuano ad essere vittime in ogni parte del mondo. 

Il comitato RiViGe di questa Fondazione ogni giorno dell’anno promuove e si sforza di realizzare soluzioni concrete a supporto delle donne vittime di violenza; in questa giornata RiViGe insieme ad Assolei, Associazione che gestisce il Centro Antiviolenza S.O.S. LEI realizzato in collaborazione con WINDTRE presso il Pronto Soccorso del nostro Policlinico, avverte l’esigenza di richiamare l’attenzione di tutti al rispetto della dignità della donna, di cui l’8 marzo vuole e deve continuare ad essere la ricorrenza evocativa.

Il bisogno principale che le donne vittime di violenza esprimono è quello di ricevere ascolto. Tuttavia, le donne che abbiamo accolto ci hanno insegnato che un ascolto fine a sé stesso non è sufficiente. All’ascolto devono seguire azioni efficaci, soluzioni di emancipazione: questo è l’impegno quotidiano del Comitato.

Nel 2024 il Centro Antiviolenza (CAV) di questo Policlinico ha ascoltato, in presenza, il grido di sofferenza di 151 donne in difficoltà per violenze di genere ed ha fornito riscontro a 380 chiamate di aiuto ricevute sull’utenza telefonica dedicata. Le donne che si sono rivolte al Policlinico Gemelli per raccontare le loro storie ci hanno dimostrato che, se si crea un contesto accogliente e si forniscono risposte appropriate, le donne si fidano e si affidano.

Per raggiungere questi obiettivi, RiViGe ha stimolato la riscrittura di regole esistenti, l’introduzione di nuove procedure, la flessibilità nella loro applicazione, per rendere la risposta davvero personalizzata, cucita sulle singole esigenze. 

Questo è il nostro modo di celebrare l’8 marzo: garantire un differente percorso per le donne vittime di violenza accolte in ospedale, avviando un piccolo tratto di un cammino più lungo, che sarà poi il ponte verso una nuova dimensione di vita. Spesso infatti il passaggio in ospedale rappresenta l’inizio della fase di affrancamento dalla violenza, una tappa essenziale in cui è fondamentale partire con il piede giusto. Queste donne diventano le protagoniste di una vera e propria staffetta, che, in ciascun passaggio del testimone, vede il coinvolgimento di un insieme di professioniste e professionisti in grado di fare rete, all’interno dell’ospedale e con il territorio.

È così che quelle donne scoprono di non essere più sole e che dalla sofferenza si può emergere, come la storia di Luisa rivela.

Questo è dunque l’impegno di RiViGe ed è il manifesto che lasciamo a tutti e tutte voi per restituire all’8 marzo ed alla mimosa il loro significato autentico”.

** Il comitato RiViGe del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e l’Associazione Assolei APS

LA STORIA DI LUISA, MARTA E MARCO (nomi di fantasia) 

La madre e i suoi due figli si sono rivolti al Pronto Soccorso e al Centro Antiviolenza S.O.S. LEI del Policlinico Gemelli lo scorso anno.

Luisa è una cittadina straniera che pochi anni fa conosce online un cittadino italiano, che chiameremo Paolo, e lo raggiunge a Roma, insieme alla figlia Marta, dodicenne; l’uomo la corteggia e le garantisce un aiuto concreto per curare i problemi di salute di cui soffre Marta. Luisa intraprende quindi una relazione stabile con Paolo e da questa unione nasce Marco. Qui inizia il calvario: per Paolo, Luisa deve occuparsi solo del bambino, ma nelle forme e con le modalità da lui stabilite. Non può andare da sola a fare la spesa, non può uscire da sola con Marco, salvo che per portarlo al parco, aggiornando Paolo sugli orari di uscita e rientro. Paolo è verbalmente aggressivo: minaccia, insulta e denigra Luisa e Marta, considerata di disturbo per la quiete familiare. La casa viene dotata di telecamere, Marta viene controllata mentre studia, obbligata a svolgere i compiti sul balcone anche sotto le intemperie e la bambina – che è vegetariana – viene spesso costretta a mangiare carne contro la sua volontà. I familiari di Paolo manifestano le medesime modalità comportamentali. Luisa è sola, non sa a chi chiedere aiuto. Quando Paolo caccia di casa madre e figlia tenendo con sé solo il piccolo Marco, Luisa contatta le Forze dell’Ordine che intervengono immediatamente e accompagnano madre e figli presso il Pronto soccorso del Policlinico Gemelli. 

Anche grazie all’orientamento che riceve dalla legale del CAV, Luisa decide di sporgere querela contro Paolo; nello stesso pomeriggio giunge presso il Pronto soccorso l’ispettore di Polizia preposto a raccogliere la querela. Affiancata dall’assistente sociale e con la guida esperta dell’avvocata, attraverso la presenza della mediatrice culturale, Luisa racconta tutto quello che aveva precedentemente condiviso; oltre alla querela, sia i suoi curanti che quelli dei bambini procedono con il referto all’autorità giudiziaria.

Si dispone un ricovero sociale del nucleo familiare, in una stanza dedicata a Luisa e ai suoi bambini, ormai sfiniti. Nella mattinata successiva inizia la ricerca di una casa rifugio che possa accogliere e proteggere Luisa, Marta e Marco e che viene individuata il mattino seguente grazie ai contatti con il numero nazionale 1522. La vita di questa donna e dei suoi figli cambia. Per avere protezione concreta, devono spezzare i legami preesistenti con l’esterno, utenze telefoniche, scuola e amicizie fin lì coltivate. Luisa accetta tutte queste regole così restrittive e lo fa anche Marta che, nonostante la giovane età, comprende che questa è l’unica possibilità per uscire dall’incubo in cui è vissuta per anni.

L’avvocata del CAV continua a seguire Luisa: da poco ha ottenuto i provvedimenti restrittivi per Paolo, continuando ad assistere Luisa nelle sedi giudiziarie.  

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