{"id":66283,"date":"2024-09-20T08:07:31","date_gmt":"2024-09-20T08:07:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/news-eventi\/alzheimer-i-biomarcatori-di-resilienza-protezione-forse-piu-importanti-di-quelli-di-malattia\/"},"modified":"2024-09-20T08:07:35","modified_gmt":"2024-09-20T08:07:35","slug":"alzheimer-i-biomarcatori-di-resilienza-protezione-forse-piu-importanti-di-quelli-di-malattia","status":"publish","type":"kf_gem_news","link":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/en\/news-events\/alzheimer-i-biomarcatori-di-resilienza-protezione-forse-piu-importanti-di-quelli-di-malattia\/","title":{"rendered":"Alzheimer: i biomarcatori di resilienza (protezione), forse pi\u00f9 importanti di quelli di malattia"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>La diagnosi precoce di malattia di Alzheimer \u00e8 fondamentale per il successo delle nuove terapie (non ancora disponibili in Italia). Al momento per\u00f2 si conoscono solo alcuni biomarcatori per la diagnosi biologica dell\u2019Alzheimer. Mancano quelli che consentono di prevedere la velocit\u00e0 di progressione della malattia e la risposta (o meno) alle nuove terapie, oltre ai cosiddetti \u2018fattori di resilienza\u2019, che potrebbero proteggere dallo sviluppo di una malattia clinicamente conclamata e rendere potenzialmente non necessarie le terapie in alcuni pazienti. Misteri forse nascosti nelle pieghe del linguaggio, pi\u00f9 che nei test sulla memoria. Alla vigilia della Giornata Mondiale ne abbiamo parlato con il professor Camillo Marra, presidente della SinDem e docente di Neurologia e Neuro-Psicologia all\u2019Universit\u00e0 Cattolica del Sacro Cuore e direttore della UOSD Clinica della Memoria di Fondazione Policlinico Gemelli.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono circa 600 mila le persone con malattia di Alzheimer in Italia e molti, insieme alle loro famiglie vivono appesi alla speranza di una cura. Gli anticorpi monoclonali che \u2018ripuliscono\u2019 il cervello dall\u2019amiloide (la proteina che soffoca i neuroni) e che rallentano la progressione dell\u2019Alzheimer, se somministrati nelle fasi precoci di malattia possono produrre una riduzione importante della progressione di malattia. Per ora tuttavia non sono approvati in Europa, anche se sono gi\u00e0 disponibili in diversi Paesi del mondo. Sono gi\u00e0 sul mercato statunitense Aducanumab e Lecanemab, come anche l\u2019ultimo arrivato, il Donanemab, approvato di recente dall\u2019FDA americana. \u201cNon \u00e8 facile dare una spiegazione di questo atteggiamento di estrema prudenza da parte dell\u2019EMA, l\u2019ente regolatorio europeo \u2013 commenta il professor <strong>Camillo Marra<\/strong>, \u2013 ma \u00e8 probabile che i dubbi siano legati alla incertezza sul \u2018profiling\u2019 dei pazienti candidati al trattamento. Questi farmaci sono infatti costosi e non privi di effetti indesiderati; sarebbe dunque auspicabile somministrarli solo ai pazienti che ne hanno realmente bisogno e che possano rispondere a queste terapie. Servirebbe insomma definire meglio quando usarli, come usarli e per quanto tempo.\u201d. Ma le informazioni per rispondere a queste domande ancora mancano. \u201cAl momento disponiamo solo di biomarcatori di malattia \u2013 spiega il professor Marra -. Ma sapere se si \u00e8 portatori di una <strong>patologia Alzheimer, definita sulla positivit\u00e0 a biomarcatori della beta-amiloide o della fosfotau<\/strong> e anche se sono presenti markers di <strong>neuro-infiammazione <\/strong>(i biomarcatori in questo caso sono il <strong>GFAP <\/strong>o il <strong>TREM<\/strong>), racconta solo una parte della storia, perch\u00e9 questo non ci d\u00e0 informazioni sulla <strong>velocit\u00e0 e il tempo <\/strong>in cuiquel determinato \u2018paziente\u2019 arriver\u00e0 allo sviluppo dei primi sintomi cognitivi di demenza di Alzheimer. Un\u2019evenienza che potrebbe verificarsi per alcuni soggetti dopo un anno, ma per altri dopo 20-30 anni, rendendo dunque inutile il ricorso ai farmaci in un paziente 70 enne, ad esempio. Per acquisire queste informazioni bisognerebbe analizzare, accanto ai marcatori di patologia, anche i marcatori <strong>di riserva cognitiva<\/strong> e di <strong>\u2018resilienza\u2019<\/strong> del singolo paziente\u201d. In altre parole, fermarsi alla sola <strong>diagnosi biologica<\/strong> di malattia, non d\u00e0 tutte le informazioni necessarie se iniziare o meno un trattamento con i nuovi potentissimi farmaci, che possono dare anche effetti indesiderati importanti. \u201cAbbiamo capito &#8211; prosegue il professor Marra \u2013 che non basta definire i soli criteri diagnostici biologici di malattia; servono anche quelli neuro-fisiologici, neuro-cognitivi e di neuro-<em>imaging<\/em> che possono aiutare a identificare i fattori di protezione, di resilienza, di riserva cognitiva e cerebrale, quelli che fanno s\u00ec che quella patologia in determinati soggetti magari non si manifester\u00e0 mai. Ma su questo c\u2019\u00e8 tanto lavoro da fare\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La ricerca sui fattori protettivi e di resilienza dell\u2019Alzheimer.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cFinora \u2013 spiega il professor Marra &#8211; abbiamo definito i pazienti sulla base della patologia e non della loro complessit\u00e0 e dei fattori di protezione. Dobbiamo migliorare il loro <strong>\u2018profiling\u2019<\/strong>, per capire chi ha il maggior rischio di progredire (e con quale velocit\u00e0) verso la demenza. Solo cos\u00ec potremo personalizzare il trattamento e individuare i potenziali \u2018responder\u2019 alle terapie; questo potrebbe <strong>restringere i candidati al trattamento con gli anticorpi anti-amiloide a 25-50.000 persone in Italia<\/strong>\u201d. \u00c8 necessario dunque ricercare attivamente questi altri fattori. \u201cAbbiamo capito ad esempio \u2013 prosegue Marra &#8211; che rispondono bene alle terapie i pazienti con livelli di proteina tau nel cervello, che si trovino all\u2019interno di una determinata \u2018finestra\u2019 (al di sopra un certo livello, il farmaco non funziona e sotto un certo livello non serve). Ma probabilmente esistono tante altre <strong>\u2018finestre\u2019 biologiche<\/strong> che potrebbero guidare il trattamento e che al momento non conosciamo. Insomma ci mancano ancora gli strumenti operativi per identificare una persona con Alzheimer in fase precoce, la velocit\u00e0 di progressione della sua malattia e per prevedere se risponder\u00e0 o meno alle terapie\u201d. Ma qualcosa si sta muovendo. \u201cAlcuni <strong>test cognitivi<\/strong> \u2013 rivela il professor Marra &#8211; potrebbero aiutarci a prevedere chi, tra i tanti affetti da un disturbo cognitivo minimo, si ammaler\u00e0 tra un anno e chi tra 10 anni, dandoci indicazioni sulla velocit\u00e0 di progressione\u201d. E da questo punto di vista<strong>, l\u2019analisi del linguaggio<\/strong> si sta dimostrando <strong>molto pi\u00f9 efficace della memoria<\/strong>. \u201cParliamo di un\u2019analisi linguistica computerizzata, che misura il numero delle parole prodotte al minuto, il numero di errori nella produzione linguistica dal punto di vista dei nomi, che studia la frequenza d\u2019uso e la tipicit\u00e0 delle parole prodotte. In questo campo sono in corso molti studi, come quello di recente pubblicato su <em>Neurology <\/em>da Pietr van der Veere, e anche noi ci stiamo muovendo in questa direzione. &nbsp;\u00c8 un campo affascinante, perch\u00e9 un giorno potrebbe consentire di far diagnosi di malattia semplicemente facendoci dire da una persona come cucina la pasta al sugo o facendole raccontare una storia. In questo, l\u2019intelligenza artificiale dar\u00e0 un grande apporto e in futuro un sistema di questo tipo potr\u00e0 essere utilizzato come mezzo di screening, rapido ed efficace, anche al telefono\u201d. &nbsp;Non solo il linguaggio ma anche altri fattori potranno identificare i pazienti pi\u00f9 protetti dalla progressione. A questo proposito la Fondazione Policlinico Gemelli \u00e8 capofila della parte clinica del progetto multicentrico europeo <strong>COMFORTAGE<\/strong> che analizzer\u00e0 diversi marcatori di rischio e di protezione della patologia Alzheimer (biologici, EEG, comportamentali e clinici) e l\u2019eventuale protezione preventiva offerta da interventi di attivit\u00e0 fisica, sociale, dieta e stimolazione cognitiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cFondamentale \u2013 conclude il professor Marra &#8211; \u00e8 anche addestrare gli operatori sanitari a capire la complessit\u00e0 della malattia, riconoscere i fattori di rischio, la malattia biologica ma anche gli indicatori di resilienza e di progressione di malattia. Il lavoro educazionale soprattutto sui giovani medici \u00e8 molto importante. La <strong>SinDem<\/strong> \u00e8 da sempre impegnata in queste attivit\u00e0 e, da quest\u2019anno, ha promosso delle <strong>Summer School; la prima edizione si \u00e8 tenuta presso la Fondazione Policlinico Gemelli dal 20 al 22 Giugno scorso; <\/strong>sono pensate per gli specializzandi di neurologia e geriatria, ma vi possono partecipare anche Medici di Medicina Generale, psicologi e neurologi delle ASL territoriali per una maggiore diffusione delle conoscenze, anche tra i medici pi\u00f9 giovani, che gestiranno queste patologie in futuro\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Maria Rita Montebelli<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La diagnosi precoce di malattia di Alzheimer \u00e8 fondamentale per il successo delle nuove terapie (non ancora disponibili in Italia). Al momento per\u00f2 si conoscono solo alcuni biomarcatori per la diagnosi biologica dell\u2019Alzheimer. 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