{"id":32085,"date":"2020-11-03T11:50:17","date_gmt":"2020-11-03T11:50:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/?post_type=kf_gem_news&#038;p=32085"},"modified":"2020-11-04T12:12:07","modified_gmt":"2020-11-04T12:12:07","slug":"combattere-il-virus-roma-e-bergamo-si-raccontano-testimonianze-e-strategie","status":"publish","type":"kf_gem_news","link":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/en\/news-events\/combattere-il-virus-roma-e-bergamo-si-raccontano-testimonianze-e-strategie\/","title":{"rendered":"\u201cCombattere il virus: Roma e Bergamo si raccontano, testimonianze e strategie\u201d"},"content":{"rendered":"\n<p><strong><em>In un webinar carico di emozioni le storie di medici del\nPoliclinico Gemelli e&nbsp; dell\u2019Ospedale Giovanni\nXXIII di Bergamo nel \u2018cuore della pandemia\u2019. Vita, morte, cura, prendersi cura.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Un grande abbraccio liberatorio ha unito l\u2019altra sera in modo\nvirtuale i medici dell\u2019Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, con quelli del Policlinico\nUniversitario A. Gemelli IRCCS, grazie al webinar\n<strong>\u201cCombattere il virus: Roma e Bergamo si raccontano, testimonianze e\nstrategie\u201d<\/strong>. Un\nmomento di grande intimit\u00e0 durante il quale grandi medici non sono riusciti a\ntrattenere le lacrime, travolti da un fiume di emozioni e di ricordi, che solo\nla loro grande professionalit\u00e0 riesce a tenere a bada nel quotidiano,\npermettendo loro di funzionare con la lucidit\u00e0 e la competenza di sempre. Ma la\nprova alla quale medici e personale sanitario sono stati chiamati la scorsa\nprimavera ha lasciato un segno indelebile, reso ancora pi\u00f9 doloroso dai\ndurissimi mesi che si stagliano minacciosi davanti. Veder morire tante persone\ne, tra loro, anche parenti, amici, colleghi di lavoro, pu\u00f2 far vacillare anche un\nprofessionista di provata esperienza. Che prima di tutto \u00e8 un uomo. Solo di\nfronte al vuoto, come il \u2018Viandante sul mare di nebbia\u2019 di Caspar David Friedriech.\nFede, solidariet\u00e0 e resilienza possono offrire un appiglio in mezzo alla\ntempesta; ma quando questa cede il passo ad un momento di tregua, il fiume\ndelle emozioni diventa dirompente e travolge in un pianto catartico. Ecco\ndunque questo viaggio nel vissuto pi\u00f9 intimo e profondo di questi medici, che\nqualcuno all\u2019epoca chiamava eroi. E che oggi mette vigliaccamente all\u2019indice\ncome menagrami e untori, in un tentativo puerile e ignorante di esorcizzare il\nvirus di Wuhan, confondendo la soluzione con il male. <\/p>\n\n\n\n<iframe loading=\"lazy\" width=\"734\" height=\"450\" align=\"center\" ;=\"\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/3kECihx4Ad0\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen=\"\"><\/iframe>\n\n\n\n<p><br>Il webinar \u00e8 stato ideato da <strong>Antonia Carla Testa, <\/strong>professore associato del Dipartimento di Scienze della vita e sanit\u00e0 pubblica dell\u2019Universit\u00e0 Cattolica e da <strong>Paolo Sergi<\/strong>, direttore ICT <strong>(<\/strong>Tecnologia dell&#8217;informazione e della Comunicazione) del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, entrambi originari di Bergamo. A condurre, una emozionata <strong>Alma Maria Grandin<\/strong>, caposervizio redazione online del TG1, anche lei bergamasca, che ha ricordato come, il 4 maggio, tornando finalmente a casa dai genitori, ad Albino, una cittadina della provincia di Bergamo, abbia avuto modo di leggere sul bollettino parrocchiale il ricordo delle 60 persone morte di COVID e la bellissima testimonianza del dottor <strong>Massimiliano De Vecchi<\/strong> del Centro di Emergenza Alta Specializzazione dell\u2019Ospedale di Bergamo. Di qui l\u2019idea di un omaggio agli operatori dell\u2019emergenza-urgenza. Anche adesso, che si parla pi\u00f9 di tamponi e meno di trincea. <\/p>\n\n\n\n<p>Nella riflessione \u2018Ho veduto morire la morte\u2019 il dottor De\nVecchi fa viaggiare i suoi ricordi sull\u2019onda di una sinistra colonna sonora,\nfatta di campane che suonano a morte, del suono indisponente delle sirene delle\nambulanze che annunciano altra sofferenza, del respiro affannoso del padre nei\ngiorni che precedono la morte, degli allarmi dei monitor, degli alti flussi\ndell\u2019ossigeno, dei lamenti dei pazienti. Un mondo surreale, dove la morfina diventa\nacqua santa e gli ingombranti DPI, dispositivi di protezione individuali, abiti\ndi una strana cerimonia. Ed ecco i ricordi dolorosi come una ferita che non\nrimargina: la carovana di carri militari che porta i nostri cari defunti\nlontano. Corpi diventati solo cadaveri di cui disfarsi, anzich\u00e9 una salma da\nconfortare con i riti della piet\u00e0. Senza nemmeno le preghiere degli amici da\nrecitare intorno alla bara. \u201cLa morte si \u00e8 portata via Gianni, il mio vicino, e\nla cara signora Giuditta qualche metro pi\u00f9 in l\u00e0 e il telefono che squilla a\nKatia, che ha perso il padre per coronavirus\u201d. Il virus ha stravolto la vita di\nquesta comunit\u00e0, portandosi via un\u2019intera generazione di bergamaschi. Ha fatto\ndiventare pericolosi i baci, gli abbracci, le chiacchiere in strada. La verit\u00e0\npi\u00f9 profonda della nostra vita: la sua fine, la morte. \u201cUna quaresima che ci ha\nobbligati ad un interminabile sabato santo. Il giorno del silenzio di Dio\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQuesto testo \u2013 ricorda <strong>Massimiliano De Vecchi<\/strong> &#8211; \u00e8\nnato in una sera di <em>lockdown<\/em>. Ho deciso di raccontare non solo quello\nche vedevo in ospedale, ma anche quello che provavo nel cuore, il dolore degli\noperatori sanitari. Ho ancora dei <em>flashback<\/em> da disturbo post-traumatico\nda stress. Tutti noi viviamo momenti di insonnia, popolati di incubi, di immagini\nche irrompono improvvisamente nella memoria. L\u2019epidemia ha rimosso ogni\nseparazione tra chi cura e i pazienti; ci ha messo tutti nella stessa barca\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSono molto grato a Massimiliano \u2013 afferma il professor <strong>Massimo\nAntonelli<\/strong>, direttore Anestesia, Rianimazione,\nTerapia Intensiva e Tossicologia clinica del Policlinico Universitario A.\nGemelli IRCCS \u2013 per aver dato voce allo stato d\u2019animo di tutti noi che\nabbiamo combattuto al fronte. E\u2019 stato un impatto durissimo. E non \u00e8 finita.\nNoi che non avevamo intorno tutto quello che Bergamo ha vissuto, non siamo\nstati compresi fino in fondo. Ma \u00e8 stata un\u2019esperienza durissima e inedita, con\nun impatto umano, professionale e emotivo senza pari. Ci sono delle immagini,\ndegli spot che riaffiorano continuamente alla mia coscienza. Gli occhi. Abbiamo\nvissuto tra di noi guardandoci e riconoscendoci dagli occhi, cercati dagli\nocchi degli ammalati che chiedevano aiuto. Comprendere il mondo che c\u2019era al di\nl\u00e0 di quegli occhi \u00e8 stata un\u2019esperienza fortissima. Ma l\u2019abnegazione dei\ngiovani, che non si sono mai tirati indietro in questi lunghi mesi, ci ha dato\nforza e ci ha fatto superare la fatica, le difficolt\u00e0, il terrore di essere\ncontagiati. Ancora oggi non abbraccio mio figlio, per paura di contagiarlo. Ho\ndormito tre mesi in un\u2019altra stanza per paura di contagiare mia moglie. E ora\nci stiamo preparando ad affrontare un altro momento difficile\u201d. <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u201cE\u2019 la fine di\nun\u2019altra giornata \u2013 gli fa eco il dottor <strong>Ferdinando Luca Lorini<\/strong>, direttore\ndell\u2019Unit\u00e0 di Anestesia e rianimazione 2, Aziende Socio Sanitarie Territoriali\ndi Bergamo &#8211; uguale a centinaia di altre che stiamo vivendo quest\u2019anno. Ma ho\nimparato di pi\u00f9 in questi mesi che in tutta la mia vita. Ne sono uscito con le\nossa rotte ma pi\u00f9 pieno come uomo, pi\u00f9 ricco. Ho imparato cosa vuol dire\ndavvero essere un medico\u201d. Il dottor Lorini ha perso la madre per questo\nmaledetto virus, ma ha continuato a lavorare perch\u00e9 c\u2019era gente che aveva\nbisogno. \u201cHo pianto in silenzio \u2013 ammette Lorini &#8211; come fanno i bergamaschi.\nNessuno di noi avrebbe mai immaginato di affrontare una cosa cos\u00ec, che avevo\nletto solo nei libri di Camus. Credo che ne usciremo migliori. Ma quando tutto\nsar\u00e0 finito, il nostro Paese dovr\u00e0 rivedere alcuni valori, il senso della vita,\nle priorit\u00e0. Quando sar\u00e0 finita, noi dovremo fermarci e aiutare il Paese a\nriscrivere alcune cose\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cAbbiamo vissuto un momento incredibile dal punto di vista\nprofessionale \u2013 afferma il dottor <strong>Roberto Cosentini, <\/strong>direttore del Centro di Emergenza Alta\nSpecializzazione dell\u2019Ospedale di Bergamo &#8211; affrontando una malattia che non conoscevamo, in uno\nscenario che avevamo letto solo nei libri. Un terremoto dura uno o due giorni\nal massimo, poi si tratta di soccorrere i feriti. Questa tragedia \u00e8 durata\nmesi, con l\u2019enorme sofferenza di questi malati, e tra loro conoscenti,\nfamiliari, amici, che arrivavano continuamente in Pronto Soccorso e di cui non\nvedevamo la fine. E\u2019 stato il momento pi\u00f9 difficile dal punto di vista\nprofessionale ed emozionale. Ma alla fine ce l\u2019abbiamo fatta. E questo ha cementato\nil gruppo del Pronto Soccorso, facendoci sentire che, anche di fronte alla\nmorte, nessuno di noi era veramente solo. E ad un certo punto, nel mio cuore la\ndisperazione ha ceduto il passo alla gratitudine. Quella di lavorare in un\ngrande ospedale accanto ai miei colleghi, quella di aver studiato e di avere il\nprivilegio di poter aiutare le persone.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cVeder morire persone che stavamo benissimo fino a due giorni\nprima \u2013 ricorda il professor <strong>Francesco Franceschi<\/strong>, direttore Medicina\nd\u2019Urgenza e Pronto Soccorso del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS &#8211; ha\nun impatto emotivo enorme. Ricordo un paziente amico che abbiamo seguito inizialmente\nda casa e che poi abbiamo dovuto far portare con l\u2019ambulanza in Pronto\nSoccorso, per ricoverarlo in subintensiva. Sia la moglie che i figli erano positivi.\nE l\u2019unico suo pensiero era per la madre 90enne con la quale aveva perso i\ncontatti. Mandiamo subito un\u2019ambulanza che la trova in cattive condizioni, ma\nviva; non mangiava da due giorni. Riusciamo a ricoverarla nello stesso ospedale\ndel figlio che, finalmente, pu\u00f2 rivederla attraverso una videochiamata (durante\nl\u2019emergenza abbiamo dotato di iPAD i pazienti per poterli metterli in contatto\ncon i familiari). E\u2019 una storia per fortuna a lieto fine, per tutti e due. &nbsp;Sono orgoglioso di lavorare per la nostra\nistituzione e per i cittadini che ne hanno bisogno, aiutato da tanti medici e\nspecializzandi, ai quali ho dovuto raddoppiare i turni di notte e i festivi,\nsenza sentire mai una protesta.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>E c\u2019\u00e8 anche chi si \u00e8 trovato a passare da un momento\nall\u2019altro dal camice, al pigiama. E\u2019 la storia del dottor <strong>Luigi Frigerio, <\/strong>direttore del Dipartimento Materno-infantile\ne pediatrico dell\u2019Ospedale di Bergamo, che ha contratto il COVID, passando\ncos\u00ec di colpo dall\u2019altra parte della barricata. \u201cNella notte tra il 17 e il 18\nmarzo \u2013 ricorda il ginecologo &#8211; camminavo arrancando in pronto soccorso. Ho\nprovato tanta gratitudine quando un\u2019infermiera mi ha messo l\u2019ossigeno. Sono\ndiventato paziente in un ospedale dove lavoro da vent\u2019anni. E durante il\nricovero, mi \u00e8 venuto a trovare fra Pier Giacomo per darmi l\u2019olio degli\ninfermi. Il mio vicino di letto, Mauro, 36 anni, padre di due figli, \u00e8 rimasto\ntanto impressionato della mia richiesta. Ma gli ho ricordato che quel segno non\nera per la morte, ma per guarire. E quindi anche lui ha chiesto di riceverlo.\nIl 19 marzo era il giorno del mio compleanno e del mio patrono. Vedevo la luce\nazzurra del cielo attraverso il casco dell\u2019ossigeno. Sul muro della parete di\nfronte, un crocefisso muto. E intorno a me, un\u2019orchestra di medici e infermieri\nche si prodigavano per curare gli ammalati, interpretando una sinfonia che non\n\u00e8 mai stata scritta in nessun libro di medicina. Stavamo curando una malattia\nche non conoscevamo, direttamente sul campo. Ognuno faceva bene il suo mestiere\nma c\u2019era in pi\u00f9 un\u2019empatia, un\u2019affabilit\u00e0, un\u2019amorevolezza rivolta agli ammalati\nche mi ha commosso. Vedevo lo sguardo attento di chi curava e il cuore di chi\nassisteva i nostri corpi spossati. La morte era l\u00ec che ci aspettava. Come ogni\npaziente, ne avvertivo i segnali, ma chiedevo di poter continuare ad esistere.\nContinuavo a guardare quel crocefisso muto sul muro. Perch\u00e9 in quei momenti,\ncome dice don Abbondio nei Promessi Sposi, \u2018il coraggio uno mica se lo d\u00e0 da s\u00e9!\u2019\nUna fiducia, che chiamerei fede, mi \u00e8 stata d\u2019aiuto a non aver paura, anche nei\ngiorni pi\u00f9 complicati. Tornando a casa ho dovuto reimparare a camminare come\ngli astronauti che tornano dalla stratosfera. E ho sentito forte la gratitudine\ne la voglia di tornare a lavorare insieme ai colleghi.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Questa pandemia non colpisce sono le vie respiratorie, ma segna\nprofondamente anche la psiche.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLa solidariet\u00e0 ci rende forti \u2013 riflette la dottoressa <strong>Daniela\nPia Rosaria Chieffo, <\/strong>direttore\nUnit\u00e0 di Psicologia Clinica del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS\n&#8211; Senza solidariet\u00e0, libert\u00e0 \u00e8 una parola vuota. Durante la pandemia molti\npazienti ci hanno confessato di essersi sentiti accuditi come figli dagli\noperatori. Perch\u00e9 l\u2019empatia \u00e8 un\u2019emozione che circola forte nei reparti COVID. Ma\ntutti noi abbiamo bisogno di DPI, dispositivi di protezione individuali, emotivi\ne a fare spazio alle emozioni che ci aiutano a fronteggiare questo periodo.\nStima, sincerit\u00e0, empatia, responsabilit\u00e0, smarrimento, forza, paura di non\nfarcela, la cura. Parlare della propria fragilit\u00e0 significa anche sentirsi pi\u00f9\nforte. Ricordatevi di chiedere sempre aiuto!\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQuesto webinar \u2013 commenta il professor <strong>Giovanni Scambia<\/strong>,\ndirettore scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino\nGemelli IRCCS &#8211; ha messo insieme due realt\u00e0 che hanno vissuto in maniera\ndiversa il COVID, unite da una grande sintonia di intenti e dalla solidariet\u00e0.\nBergamo era come casa nostra nei momenti pi\u00f9 bui della pandemia. A Roma abbiamo\nvissuto il COVID in maniera drammatica, ogni giorno con l\u2019unit\u00e0 di crisi,\nmedici e infermieri, che hanno dato l\u2019anima. Ma ci siamo impegnati anche a\nfavorire tutte le attivit\u00e0 di ricerca per capire cosa stava accadendo,\nfacendone tesoro per migliorare l\u2019assistenza. Abbiamo sofferto insieme ai\npazienti che avevano problemi di salute gravi, diversi dal COVID, ma che\ndovevano comunque essere curati: gli oncologici, i cardiovascolari. Abbiamo\ncercato di regalare loro un\u2019apparente normalit\u00e0, facendoli sentiti accolti e\nassistiti\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u201cAnche la mia citt\u00e0, Piacenza,\ncome Bergamo \u2013 ricorda il dottor <strong>Marco Elefanti<\/strong>, Direttore Generale della\nFondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, piacentino di\norigini &#8211; \u00e8 stata colpita molto duramente dal COVID. Ricordo che mio fratello\nmi faceva sentire le ambulanze che scandivano lo scorrere del tempo. A Roma\nabbiamo vissuto l\u2019epidemia in modo molto diverso, come livelli di aggressivit\u00e0.\nHo vissuto intensamente questo periodo, in mezzo a medici solidi da un punto di\nvista clinico ed emotivo, anche se inevitabilmente scossi dalla situazione.\nRiunendoci tutti i giorni nell\u2019unit\u00e0 di crisi, fine settimana compresi.\nConfrontandoci con una realt\u00e0 che non avevamo mai vissuto, in mezzo a mille\ndifficolt\u00e0: dai dispositivi che non arrivavano, alle proposte di acquisto a\ncondizioni improponibili. Un\u2019esperienza unica che mi ha provato.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Maria Rita Montebelli<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un webinar carico di emozioni le storie di medici del Policlinico Gemelli e&nbsp; dell\u2019Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo nel \u2018cuore della pandemia\u2019. Vita, morte, cura, prendersi cura. 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