{"id":28760,"date":"2020-06-04T16:31:10","date_gmt":"2020-06-04T16:31:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/?post_type=kf_gem_news&#038;p=28760"},"modified":"2020-06-05T11:44:55","modified_gmt":"2020-06-05T11:44:55","slug":"speciale-asco-1-le-novita-della-ricerca-oncologica-commentate-dagli-esperti-del-gemelli","status":"publish","type":"kf_gem_news","link":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/en\/news-events\/speciale-asco-1-le-novita-della-ricerca-oncologica-commentate-dagli-esperti-del-gemelli\/","title":{"rendered":"SPECIALE ASCO\/2 Le novit\u00e0 della ricerca oncologica commentate dagli esperti del Gemelli"},"content":{"rendered":"\n<p>Uniti per vincere la battaglia contro il tumore e accelerare\nil progresso della scienza. Questo il mantra dell\u2019edizione 2020 del congresso\ndell\u2019<em>American Society of Clinical\nOncology <\/em>che come sempre rappresenta una vetrina d\u2019eccellenza per tanti\nstudi di grande rilevanza sul piano scientifico e di enorme impatto per la\npratica clinica e la vita dei pazienti affetti da tumore. I farmaci sono sempre\npi\u00f9 efficaci e \u2018intelligenti\u2019, ma la raccomandazione degli esperti del Gemelli\ne dell\u2019Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) \u00e8 di riprendere al pi\u00f9\npresto gli screening oncologici, accantonati nei mesi dell\u2019emergenza COVID.<\/p>\n\n\n\n<p>A cura di<strong> <em>Maria Rita Montebelli<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>TUMORE DEL COLON\nRETTO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nuove speranze nel tumore del colon-retto in fase avanzata\narrivano dal congresso americano di oncologia medica (ASCO). Nei pazienti\nportatori di un particolare stato di \u2018ipermutazione\u2019 del DNA (definito come\ninstabilit\u00e0 dei microsatelliti), l\u2019immunoterapia con pembrolizumab, utilizzata\na partire dalla prima linea di trattamento, prolunga in maniera consistente la\nsopravvivenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Nonostante le procedure di <em>screening<\/em> (ricerca del sangue occulto nelle feci e successiva colonscopia) abbiano migliorato notevolmente la sopravvivenza di questi pazienti, riuscendo ad intervenire in una fase precoce della malattia in cui \u00e8 possibile una guarigione del paziente grazie all\u2019intervento chirurgico, seguito o meno da un trattamento adiuvante, ad oggi circa il 20% dei tumori del colon retto viene ancora diagnosticato purtroppo in fase avanzata. Dal congresso americano dell\u2019ASCO arriva tuttavia una ventata di speranza. Nello studio di fase III KEYNOTE-177, l\u2019immunoterapia con pembrolizumab, utilizzata in prima linea, ha dimostrato di poter raddoppiare la sopravvivenza libera da progressione di malattia, rispetto alla chemioterapia standard, nei pazienti con tumore del colon-retto metastatico con instabilit\u00e0 dei microsatelliti. <\/p>\n\n\n\n<p>Lo studio \u00e8 stato condotto su 307 pazienti con carcinoma del\ncolon-retto metastatico, con instabilit\u00e0 microsatellitare. Confrontato con la\nchemioterapia, il pembrolizumab ha migliorato la mediana di sopravvivenza\nlibera da progressione di 8,3 mesi (16,5 mesi nel gruppo trattato con\nl\u2019immunoterapia contro 8,2 mesi dei pazienti trattati con la chemioterapia\ntradizionale). Questi risultati potrebbero avere ricadute immediate sui\npazienti, cambiando l\u2019attuale standard di terapia.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo scorso anno in Italia si sono registrati oltre 40 mila\nnuovi casi di tumore del colon-retto. Circa il 5% dei pazienti con carcinoma\ndel colon-retto metastatico presenta un\u2019elevata instabilit\u00e0 dei microsatelliti,\nche segnala la presenza di un alto livello di mutazioni nel DNA. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il commento\ndell\u2019esperta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il tumore del colon-retto rappresenta il secondo tumore pi\u00f9\nfrequente nella popolazione generale in Italia; la sua mortalit\u00e0 per fortuna si\nsta riducendo nelle ultime decadi, grazie allo screening che consente di\nindividuarlo in fase molto precoce. Nonostante ci\u00f2, ancora il 20-25% dei\npazienti si presenta alla diagnosi gi\u00e0 in fase metastatica. Per questo \u00e8 cos\u00ec\nimportante aderire allo screening, che per il tumore del colon retto prevede\nl\u2019esecuzione del sangue occulto nelle feci a partire dai 50 anni; se il test\nrisulta positivo si effettua una colonscopia. Ma nei soggetti a rischio\n(familiarit\u00e0 per tumore, storia di polipi o di malattie infiammatorie croniche)\nla sorveglianza deve essere pi\u00f9 precoce e pi\u00f9 aggressiva.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-1024x683.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28776\" srcset=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-743x495.jpg 743w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-308x205.jpg 308w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-600x400.jpg 600w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE-400x267.jpg 400w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/LISA-SALVATORE.jpg 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption>Lisa Salvatore<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>\u201cLe strategie terapeutiche, non solo mediche, ma anche chirurgiche e loco regionali, \u00a0nei pazienti con tumore del colon-retto metastatico \u2013 commenta la dottoressa <strong>Lisa Salvatore, <\/strong>dirigente medico presso la UOC Oncologia Medica, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS , dove si occupa del trattamento e della gestione dei pazienti con tumore del colon-retto, pancreas e vie biliari, Coordinatrice del <em>Tumor Board Colon<\/em> all\u2019interno del <em>Comprehensive Cancer Center<\/em> e Coordinatrice delle linee guida nazionali AIOM sul colon &#8211; negli ultimi anni sono molto migliorate portando ad un sensibile aumento della sopravvivenza di questi pazienti . Lo studio Keynote 177 riguarda una popolazione molto selezionata, quella con instabilit\u00e0 dei microsatelliti (che rappresenta il 5% di tutti i pazienti metastatici). La somministrazione di pembrolizumab ha sconvolto in positivo la prognosi dei pazienti, rispetto alla terapia tradizionale (chemioterapia pi\u00f9 farmaci biologici, bevacizumab o anti-EGFR). La sopravvivenza libera da progressione (PFS) di malattia \u00e8 risultata infatti di circa 8 mesi nei soggetti trattati con chemioterapia standard, rispetto ai 16 mesi di quelli trattati con l\u2019immunoterapia.\u00a0 Sono risultati importanti: \u00e8 la prima volta che un trattamento ottiene una PFS che supera l\u2019anno nei pazienti con tumore del colon-retto metastatico\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla luce dei risultati di questo studio, diventa dunque\nmolto importante sottoporre tutti i pazienti con tumore del colon retto\nmetastatico al test dell\u2019instabilit\u00e0 dei microsatelliti, cosa che in realt\u00e0 si\nsta gi\u00e0 facendo a tappeto su tutto il territorio nazionale. \u201cDallo scorso anno\n\u2013 ricorda la dottoressa Salvatore &#8211; nelle linee guida italiane \u00e8 stata inserita\nla raccomandazione di effettuare questo test in tutti i pazienti che vengono\noperati per tumore del colon-retto (questa analisi viene fatta sul pezzo\noperatorio). Questo ci aiuta tra l\u2019altro ad individuare i pazienti con sindromi\nereditarie (sindrome di Lynch); in quel caso, il paziente viene inviato a\nconsulenza genetica e, in caso di diagnosi di sindrome ereditaria, anche i suoi\nfamiliari vengono screenati. Il test dell\u2019instabilit\u00e0 dei microsatelliti serve\ninoltre sia subito dopo l\u2019intervento chirurgico, per decidere se fare o meno\nuna chemioterapia cosiddetta adiuvante; ma anche nel paziente metastatico,\nperch\u00e9 ci permette di valutare la possibilit\u00e0 di un eventuale trattamento\nimmunoterapico (che al momento pu\u00f2 essere somministrato solo all\u2019interno di\nstudi clinici)\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli studi presentati\ndagli oncologi del Gemelli al congresso dell\u2019ASCO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQuest\u2019anno il nostro gruppo, diretto dal professor <strong>Giampaolo Tortora<\/strong> (Direttore dell&#8217;Oncologia\nMedica e del <em>Comprehensive Cancer Center<\/em>\ndel Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS) \u2013 afferma la dottoressa\nSalvatore, che ha coordinato questi studi &#8211; ha presentato due lavori molto\nsignificativi sul tumore del colon-retto metastatico, accettati come poster. Il\nprimo ha valutato l\u2019efficacia di un trattamento di terza linea con anticorpi\nmonoclonali anti-EGFR (cetuximab o panitumumab) in pazienti con tumore del\ncolon-retto metastatico RAS e BRAF wild-type, in base alla sede del tumore\n(colon destro o colon sinistro). Lo studio \u00e8 stato fatto in collaborazione con\nil Campus Biomedico e il Fatebenefratelli di Roma. Ad oggi molti dati su questo\nargomento sono disponibili per le prime linee di trattamento, mentre sono molto\nscarsi nelle linee pi\u00f9 avanzate. Il nostro studio \u00e8 importante perch\u00e9 conferma,\nanche in terza linea, il diverso beneficio degli anti-EGFR in base alla sede\ndel tumore primitivo. Nello specifico, si conferma il ruolo dei tumori sinistri\nnel predire il beneficio derivante da un trattamento di terza linea con\ncetuximab o panitumumab, mentre nessuna differenza rispetto ad altri\ntrattamenti di terza linea (come il regorafenib o il TAS-102) \u00e8 stata osservata\nnei tumori destri. La sede di insorgenza del tumore condiziona dunque la\nrisposta alla terapia e i tumori del colon destro si confermano essere pi\u00f9\naggressivi e a prognosi peggiore\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il secondo studio ha valutato sempre il ruolo della sede\nd\u2019insorgenza del tumore, ma questa volta come fattore prognostico dopo\nresezione radicale delle metastasi epatiche da tumore del colon-retto. \u201cQuesto\nstudio \u2013 spiega la dottoressa Salvatore &#8211; \u00e8 uno studio monocentrico, effettuato\nin collaborazione con i chirurghi del gruppo del professor <strong>Felice Giuliante<\/strong> (Direttore Chirurgia Generale ed Epato-Biliare del\nPoliclinico Universitario A. Gemelli IRCCS). Abbiamo analizzato in modo\nretrospettivo 463 pazienti con tumore del colon-retto e metastasi epatiche\nresecate radicalmente. Lo studio dimostra che anche se i tumori a insorgenza\nnel colon destro hanno in generale una prognosi peggiore, questo non deve rappresentare\nuna controindicazione ad una chirurgia radicale epatica quando fattibile,\nperch\u00e9 comunque essa \u00e8 associata ad un miglioramento importante dei risultati\nottenibili. In questi casi selezionati a fare la differenza nella prognosi \u00e8\nsicuramente l\u2019impostazione di un\u2019adeguata strategia terapeutica che deve essere\nconcordata fin dall\u2019inizio dopo discussione multidisciplinare e l\u2019alta\nspecializzazione del centro di riferimento con un alto volume di tali\ninterventi\u201d. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>TUMORE DEL RETTO <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il trattamento delle neoplasie del retto localmente avanzate\nsi basa oggi sulla radioterapia (associata o meno a trattamento chemioterapico\nconcomitante), seguita da intervento chirurgico. Negli ultimi 20 anni\nl\u2019avanzamento delle tecniche radioterapiche e l\u2019affinamento di quelle\nchirurgiche ha permesso di ottenere un aumento del tasso di guarigione e una\nnotevole riduzione del rischio di recidiva a livello locale e linfonodale. &nbsp;Tuttavia, per le neoplasie del retto, la\nrecidiva della malattia a distanza e la mortalit\u00e0 per metastasi interessa\nancora un quarto dei pazienti affetti da questa malattia. <\/p>\n\n\n\n<p>Gli studi clinici sulla chemioterapia \u2018adiuvante\u2019, cio\u00e8\neffettuata dopo intervento chirurgico, allo scopo di bonificare eventuali\n\u2018micrometastasi\u2019 e aumentare il tasso di guarigione, hanno dato risultati\ncontroversi. Inoltre, nella pratica clinica il trattamento chemioterapico viene\neffettuato in genere dopo l\u2019intervento chirurgico. Ma alcuni studi condotti in\npassatto hanno indotto a ritenere che effettuare la chemioterapia prima\ndell\u2019intervento, potrebbe apportare un vantaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 su questi presupposti che nasce il RAPIDO, uno studio\nclinico di fase III, appena presentato al congresso dell\u2019ASCO, che ha valutato\nl\u2019efficacia del trattamento chemioterapico prima della chirurgia e dopo\nradioterapia neoadiuvante, su pazienti affetti da neoplasia del retto in stadio\navanzato (T4 o N2). Lo studio ha randomizzato 920 pazienti; quelli del braccio\nsperimentale (gruppo B) dopo radioterapia ricevevano la chemioterapia\n(Oxaliplatino in associazione a 5-Flurouracile o Capecitabina) per 6 mesi e, a\nseguire, venivano sottoposti ad intervento chirurgico. Questi sono stati\nconfrontati con un braccio di controllo (gruppo A) trattato secondo la pratica\nclinica consolidata, cio\u00e8 radioterapia e intervento chirurgico, dopo 8\nsettimane dal termine della radioterapia. Poco meno della met\u00e0 dei pazienti del\nbraccio A hanno ricevuto inoltre la chemioterapia, dopo l\u2019intervento\nchirurgico. <\/p>\n\n\n\n<p>Lo studio ha mostrato un beneficio del trattamento\nchemioterapico neoadiuvante, rispetto ai pazienti trattati secondo lo standard\nclinico, evidenziando una riduzione statisticamente significativa del rischio\ndi ripresa di malattia a tre anni (ridotto dal 30,4% al 23,7%) e una minore\nincidenza di metastasi a tre anni (il rischio si \u00e8 ridotto dal 26,8% al 20%)\ncon un riscontro di risposte patologiche complete raddoppiato per i pazienti\ntrattati con la chemioterapia nella pausa tra radioterapia e intervento\nchirurgico (28% contro 14%).<\/p>\n\n\n\n<p>Per quanto riguarda il rischio di recidiva locoregionale,\nnon si \u00e8 evidenziata una differenza statisticamente significativa tra i due\ngruppi di trattamento. Non si evidenzia una differenza nella sopravvivenza\nglobale tra i due gruppi, ma questo \u00e8 probabilmente dovuto al breve tempo di\nosservazione (3 anni). I pazienti del braccio sperimentale hanno presentato una\nmaggiore incidenza di tossicit\u00e0 gastrointestinale (diarrea) e di complicanze\nvascolari (trombosi), ma nel complesso il trattamento \u00e8 stato ben tollerato. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il commento dell\u2019esperto<\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28778\" width=\"720\" height=\"540\" srcset=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-2048x1536.jpg 2048w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-660x495.jpg 660w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-273x205.jpg 273w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/FABIO-MARAZZI-400x300.jpg 400w\" sizes=\"auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px\" \/><figcaption>Fabio Marazzi<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Lo studio \u2013 commenta il dottor <strong>Fabio Marazzi<\/strong>, dirigente medico presso il DH di Radio-Chemioterapia\ndel Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, afferente al Dipartimento di\ndiagnostica per immagini, radioterapia oncologica ed ematologia, diretto dal\nprofessor <strong>Vincenzo Valentini &#8211; <\/strong>ha\nevidenziato che, nei pazienti affetti da neoplasia del retto localmente\navanzata, anticipare la chemioterapia prima dell\u2019intervento chirurgico pu\u00f2\ndeterminare un vantaggio, in termini di riduzione delle metastasi e della ripresa\ndi malattia in generale. <\/p>\n\n\n\n<p>Questo nuovo approccio terapeutico potrebbe dunque offrire\nun vantaggio soprattutto nei pazienti con neoplasia del retto localmente avanzata e con un profilo di rischio pi\u00f9\nsfavorevole (stadio T4a\/b, N2, invasione vascolare extramurale, invasione del\nmesoretto e metastasi linfonodali pelviche laterali); non aumenta\ninoltre in modo significativo la tossicit\u00e0, n\u00e9 sembra compromette i risultati,\nposticipando di 6 mesi l\u2019intervento chirurgico.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 necessario tuttavia attendere un <em>follow up<\/em> pi\u00f9 maturo per stabilire se i benefici riscontrati da questo studio si tradurranno in un aumento della sopravvivenza globale.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-large-font-size\"><strong>SPECIALE ASCO\/1 Le novit\u00e0 della ricerca oncologica commentate dagli esperti del Gemelli<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Si \u00e8 appena tenuta, anche se in veste \u2018virtuale\u2019 sul web,\nl\u2019edizione 2020 del congresso dell\u2019<em>American\nSociety for Clinical Oncology<\/em> (ASCO). Come sempre ricco di studi al top sul\nfronte della ricerca oncologica e di ricadute molto concrete sulla pratica\nclinica per le persone affette da un tumore, quello dell\u2019ASCO \u00e8 il congresso di\noncologia pi\u00f9 importante dell\u2019anno, che attira in tempi normali a Chicago 40\nmila oncologi da tutto il mondo. Abbiamo chiesto agli esperti del Gemelli,\nprotagonisti tra l\u2019altro di molti degli studi internazionali appena presentati,\ndi commentare per noi le ricerche pi\u00f9 innovative e l\u2019impatto che avranno sulla\npratica clinica e sulla vita dei pazienti.<\/p>\n\n\n\n<p>A cura di <strong><em>Maria Rita Montebelli<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>TUMORE POLMONARE NON\nA PICCOLE CELLULE (NSCLC) EGFR MUTATO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019impiego della terapia a bersaglio molecolare, dopo un\nintervento chirurgico radicale per un tumore del polmonare con mutazione del\ngene EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico), sembra migliorare di\ncirca l\u201980% la sopravvivenza libera da malattia. Lo indicano i primi risultati\ndello studio ADAURA, uno dei pi\u00f9 importanti presentati quest\u2019anno al congresso\ndell\u2019<em>American Society of Clinical Oncology\n<\/em>(ASCO), appena tenutosi in formato virtuale, a causa della pandemia di\nCOVID-19. Questo vantaggio \u00e8 stato ottenuto grazie a osimertinib, un inibitore\ndiEGFR, che rappresenta gi\u00e0 il trattamento di prima scelta nei tumori polmonari\nnon a piccole cellule (NSCLC) con mutazione di questo gene, in fase avanzata.\nPertanto, osimertinib si candida a diventare la terapia di scelta nei pazienti\ncon questo tipo di tumore polmonare, in stadio pi\u00f9 precoce (IB, II, IIIA),\nsottoposti a intervento chirurgico radicale. <\/p>\n\n\n\n<p>Lo studio ADAURA ha coinvolto 683 pazienti arruolati in\ntutto il mondo (anche in Italia); met\u00e0 sono stati assegnati al trattamento con\nosimertinib, dopo intervento chirurgico (terapia \u2018adiuvante\u2019); l\u2019altra met\u00e0\n(gruppo di controllo) al placebo. Il 90% dei soggetti trattati con la terapia a\ntarget era ancora vivo a due anni senza aver presentato recidive di malattia,\ncontro il 44% dei pazienti del gruppo di controllo. Nei pazienti con tumore in\nstadio II-IIIA , trattati con osimertinib, il rischio di recidiva di malattia o\ndi morte \u00e8 risultato ridotto dell\u201983% .<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il commento dell\u2019esperto<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignright size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"273\" height=\"326\" src=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/662312B0-4987-4E38-91D4-1AF28C227DA4.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28765\" srcset=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/662312B0-4987-4E38-91D4-1AF28C227DA4.jpeg 273w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/662312B0-4987-4E38-91D4-1AF28C227DA4-251x300.jpeg 251w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/662312B0-4987-4E38-91D4-1AF28C227DA4-172x205.jpeg 172w\" sizes=\"auto, (max-width: 273px) 100vw, 273px\" \/><figcaption>Emilio Bria<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>\u201cLo studio ADAURA \u2013 commenta il professor <strong>Emilio Bria<\/strong>, Professore associato di\nOncologia presso l\u2019Universit\u00e0 Cattolica del Sacro Cuore e Responsabile della\nU.O.S. Neoplasie Toraco-Polmonari, Fondazione Policlinico Universitario\nAgostino Gemelli IRCCS &#8211; ha coinvolto un gruppo di circa 700 pazienti con\ntumore polmonare non a piccole cellule (NSCLC) EGFR-mutato che, dopo intervento\nchirurgico e chemioterapia adiuvante, quando appropriata, sono stati assegnati\na ricevere osimertinib (un farmaco che noi gi\u00e0 utilizziamo come terapia\nstandard nella fase avanzata di malattia) o placebo. I risultati dello studio\nsono molto importanti: per la prima volta in una popolazione senza restrizioni\ndi etnia (non solo asiatica) si evidenzia un vantaggio in termini di rischio di\nrecidiva di malattia. In queste neoplasie finora l\u2019unica strategia per\nmigliorare la prognosi era rappresentata dalla chemioterapia, con risultati\npurtroppo non sufficientemente soddisfacenti, in quanto in grado di migliorare\nla sopravvivenza a 5 anni del 4-5% e di ridurre il rischio di recidiva solo nel\n10-15% dei pazienti.&nbsp; Lo studio ADAURA\ninvece mostra, in una popolazione selezionata di pazienti, portatori di una\nmutazione specifica del gene EGFR, dei risultati molto incoraggianti, in quanto\nla riduzione del rischio di recidiva \u00e8 pi\u00f9 che raddoppiata. Sono dati\novviamente molto preliminari \u2013 ammette il professor Bria \u2013 visto che lo studio \u00e8\nrecente e manca il dato della sopravvivenza globale; ma, dai risultati\nattualmente a disposizione, si pu\u00f2 certamente concludere che ci troviamo di\nfronte ad una rivoluzione. Se i dati dovessero essere confermati, nei prossimi\nanni osimertinib potrebbe cambiare radicalmente la strategia di trattamento in\nquesti pazienti (oggi rappresentata dalla chemioterapia adiuvante dopo\nl\u2019intervento chirurgico), che potrebbero ricevere la terapia \u2018a target\u2019 con\nosimertinib. Il farmaco \u00e8 efficace solo nei pazienti con mutazione del gene\nEGFR, che rappresentano solo il 10-15% di quelli con tumore polmonare non a\npiccole cellule\u201d. Nello studio ADAURA, i pazienti con tumori pi\u00f9 piccoli, dopo\nl\u2019intervento chirurgico facevano direttamente osimertinib; quelli con tumori\npi\u00f9 grandi e\/o con metastasi linfonodali mediastiniche, dopo l\u2019intervento\nfacevano in sequenza prima la chemioterapia, poi osimertinib. <\/p>\n\n\n\n<p>\u201cI risultati di questo studio \u2013 conclude il professor Bria &#8211;\nrappresentano una reale innovazione, e una volta confermati, diventer\u00e0\nverosimilmente necessario richiedere a tutti i pazienti operati di tumore del\npolmone quanto meno l\u2019analisi del gene EGFR sul pezzo operatorio, cosa gi\u00e0 oggi\npossibile in quasi tutti i centri a livello nazionale\u201d. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>TUMORE DELL\u2019OVAIO<\/strong> <\/p>\n\n\n\n<p>I nuovi dati di sopravvivenza per\nlo studio SOLO-2 presentati all\u2019ASCO, confermano che l\u2019olaparib (un farmaco\ndella categoria dei PARP-inibitori) pu\u00f2 fare veramente la differenza, anche in\ntermini di sopravvivenza, nelle pazienti con tumore dell\u2019ovaio. Il farmaco,\nsomministrato come terapia di mantenimento dopo chemioterapia a base di\nplatino, nelle donne con tumore dell\u2019ovaio BRCA-mutato e recidivato, ha esteso\nla loro sopravvivenza di oltre un anno. Un risultato notevole per un tumore\nritenuto tra i pi\u00f9 difficili da trattare. Lo studio SOLO-2 ha arruolato 300\ndonne affette da tumore dell\u2019ovaio con mutazione BRCA che, alla recidiva, erano\nstate sottoposte a chemioterapia. Met\u00e0 di loro hanno proseguito il trattamento\ncon olaparib (terapia di mantenimento); all\u2019altra met\u00e0 \u00e8 stato somministrato un\nplacebo (gruppo di controllo). Una precedente analisi dei risultati dello\nstudio aveva gi\u00e0 mostrato un beneficio molto significativo sulla sopravvivenza\nlibera da progressione di malattia (PFS) risultata di 19,1 mesi per le pazienti\ntrattate con il PARP-inibitore in mantenimento, contro 5,5 mesi del gruppo di\ncontrollo. I nuovi dati presentati all\u2019ASCO evidenziano un beneficio notevole\nanche sulla sopravvivenza: il trattamento con olaparib prolunga la sopravvivenza\ndi 12,9 mesi rispetto al placebo, arrivando a 51,7 mesi per il gruppo olaparib,\ncontro 38,8 mesi del gruppo placebo. Al follow-up a 5 anni, era ancora in vita\nil 42,1% delle donne trattate con olaparib, contro il 33,2% del gruppo di\ncontrollo. Gli esperti descrivono come \u2018impressionanti\u2019 questi risultati, che\noffrono un beneficio sostanziale alle pazienti con tumore dell\u2019ovaio recidivato\ne mutazione BRCA. Un notevole passo avanti nel campo della medicina\npersonalizzata.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il commento dell\u2019esperto<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-769x1024.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28769\" width=\"385\" height=\"512\" srcset=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-769x1024.jpeg 769w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-225x300.jpeg 225w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-768x1022.jpeg 768w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-1154x1536.jpeg 1154w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-372x495.jpeg 372w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-154x205.jpeg 154w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A-400x532.jpeg 400w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/AC30F8BB-0988-4D54-B8B3-26411B9CC29A.jpeg 1202w\" sizes=\"auto, (max-width: 385px) 100vw, 385px\" \/><figcaption>Ketta Lorusso<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>\u201cPer la prima volta, nell\u2019arco\ndegli ultimi 50 anni \u2013 commenta la dottoressa <strong>Ketta Lorusso<\/strong>,Dirigente\nmedico di I livello presso l\u2019UOC di Ginecologia Oncologica, diretta dal\nprofessor <strong>Giovanni Scambia <\/strong>e Responsabile\ndell\u2019Unit\u00e0 Operativa di Ricerca clinica della Fondazione Policlinico\nUniversitario A.Gemelli IRCCS&nbsp; &#8211; due\nstudi presentati all\u2019ASCO, ci indicano che alcune strategie terapeutiche sono\nin grado di aumentare la sopravvivenza globale (OS) delle nostre pazienti e non\nsolo la sopravvivenza libera da progressione di malattia (PFS)\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Le due strategie sono una chirurgica e l\u2019altra\nfarmacologica. Lo studio internazionale DESKTOP-III ha dimostrato che la\nchirurgia della recidiva di tumore ovarico si traduce in un aumento della\nsopravvivenza: le pazienti operate vivono almeno 8 mesi pi\u00f9 rispetto a quelle\nnon operate e che ricevono la sola chemioterapia. Fondamentale naturalmente \u00e8\nche la recidiva del tumore sia asportata completamente. \u201cQuesto \u2013 prosegue la\ndottoressa Russo &#8211; sottolinea l\u2019importanza di effettuare questi complessi\ninterventi presso un ottimo centro di riferimento, dove la donna possa trovare\ntutte le competenze e le <em>expertise<\/em>\nper gestire la chirurgia della recidiva che spesso \u00e8 ancora pi\u00f9 complessa della\nchirurgia della prima linea. Un\u2019altra indicazione che viene da questo studio \u00e8\nquella di potenziare il <em>follow-up <\/em>di\nqueste pazienti perch\u00e9 bisogna essere in grado di individuare la recidiva in\nfase iniziale, quando \u00e8 ancora potenzialmente operabile. In questo studio, le\npazienti con recidiva di tumore dell\u2019ovaio venivano avviate alla chirurgia se\npresentavano il cosiddetto punteggio \u2018Desktop\u2019 positivo (buone condizioni\ngenerali per poter proporre una chirurgia secondaria, un ottimo intervento\nchirurgico effettuato alla prima diagnosi di malattia, l\u2019assenza di ascite). I\nrisultati ottenuti in questo studio suggeriscono dunque di far sempre valutare\nal chirurgo la paziente con recidiva di tumore ovarico, prima di iniziare la\nchemioterapia\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La strategia farmacologica riguarda invece i PARP-inibitori,\nuna classe di farmaci che sta cambiando la storia della malattia nel tumore\novarico, dalla prima alla seconda linea. Delle <em>performance<\/em> di olaparib nello studio SOLO-2 finora si conoscevano\nsolo i risultati \u2013 anch\u2019essi molto importanti \u2013 sull\u2019allungamento della sopravvivenza\nlibera da progressione di malattia: il farmaco, somministrato in prima linea\nnelle pazienti con tumore dell\u2019ovaio e mutazione BRCA, ritarda la recidiva\nmediamente di tre anni.&nbsp; Dall\u2019ASCO\narrivano adesso dati di sopravvivenza dello studio SOLO-2, effettuato su donne\ncon recidiva tardiva di tumore dell\u2019ovaio BRCA-mutato, quella che insorge a pi\u00f9\ndi 6 mesi dalla fine della chemioterapia a base di platino. \u201cQueste pazienti \u2013\nspiega la dottoressa Lorusso &#8211; venivano sottoposte ad un nuovo trattamento a\nbase di platino e se rispondevano a questo trattamento, venivano messe in\nmantenimento con olaparib o con placebo. Questo PARP inibitore ha aumentato la\nsopravvivenza da 38,3 mesi a 51,7 mesi, riducendo del 26% il rischio di\nmortalit\u00e0 in queste donne. Si tratta di un risultato straordinario, che non\nraggiunge per poco la significativit\u00e0 statistica (la p \u00e8 0,053). Ma il valore\nclinico di questi risultati supera di gran lunga la statistica e si traduce in\nun anno di vita in pi\u00f9 per le pazienti che assumono questo farmaco\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>VESCICA E TUMORI\nUROTELIALI<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Anche nel caso dei tumori della vescica, dal congresso degli\noncologi americani arrivano buone notizie. Avelumab, un immunoterapico,\nsomministrato dopo la chemioterapia, estende la sopravvivenza dei pazienti con\ntumore uroteliale (vescica, uretere, pelvi renale) in fase avanzata. Lo studio\nJAVELIN Bladder 100 ha arruolato 700 pazienti con tumore uroteliale, che\navevano mostrato una risposta o una stabilit\u00e0 al&nbsp; trattamento con chemioterapia. La met\u00e0 di\nloro \u00e8 stata randomizzata a ricevere, dopo la chemioterapia, avelumab e terapia\ndi supporto; l\u2019altra met\u00e0 alla sola terapia di supporto. L\u2019impiego di avelumab\ncome terapia di mantenimento, subito dopo la chemioterapia, ha esteso la\nsopravvivenza di questi pazienti di 7,1 mesi (la sopravvivenza \u00e8 stata di 21,4\nmesi nei soggetti trattati con l\u2019immunoterapia, contro 14,3 mesi del gruppo di\ncontrollo). Si tratta del pi\u00f9 consistente beneficio sulla sopravvivenza mai\nosservato in questa popolazione di pazienti (che presentava un tumore\nuroteliale localmente avanzato non operabile o metastatico), con una terapia di\nmantenimento. Il tumore della vescica \u00e8 al quinto posto tra i tumori pi\u00f9\nfrequenti in Italia; lo scorso anno ne sono stati diagnosticati 29.700 nuovi\ncasi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il commento dell\u2019esperto<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676-798x1024.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28771\" width=\"399\" height=\"512\" srcset=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676-798x1024.jpeg 798w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676-234x300.jpeg 234w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676-768x985.jpeg 768w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676-386x495.jpeg 386w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676-160x205.jpeg 160w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676-400x513.jpeg 400w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/2F58589C-837A-4EDE-8270-25A1B978F676.jpeg 1116w\" sizes=\"auto, (max-width: 399px) 100vw, 399px\" \/><figcaption>Roberto Iacovelli<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>\u201cI tumori uroteliali \u2013\nafferma il dottor <strong>Roberto Iacovelli<\/strong>,\nDirigente medico UOC Oncologia Medica, Fondazione Policlinico Universitario A.\nGemelli IRCCS, diretta dal professor <strong>Giampaolo\nTortora<\/strong> &#8211; pur non essendo molto frequenti, hanno un impatto notevole sui\npazienti, che spesso vanno incontro ad interventi chirurgici invalidanti\n(asportazione completa della vescica o dell\u2019organo interessato dal tumore, come\nrene e uretere). <\/p>\n\n\n\n<p>Il 15% dei pazienti viene\ndiagnosticato gi\u00e0 in fase metastatica, mentre un altro 20% di pazienti con\ndiagnosi iniziale di malattia in fase precoce, evolve pi\u00f9 tardivamente verso\nuna malattia metastatica. Fino a qualche anno fa, le possibilit\u00e0 di cura per\nquesti pazienti erano veramente scarse; avevamo a disposizione solo due linee\ndi chemioterapia efficaci. La storia \u00e8 cambiata da qualche anno con l\u2019arrivo\ndella prima immunoterapia (il pembrolizumab), che ha mostrato un vantaggio in\ntermini di sopravvivenza, rispetto alla chemioterapia tradizionale ma il cui\nutilizzo \u00e8 ad oggi limitato alla seconda linea di trattamento. La novit\u00e0 dello\nstudio Javelin \u00e8 che in questi pazienti l\u2019immunoterapia viene anticipata, come\nterapia di mantenimento, subito dopo aver ricevuto una prima linea di\nchemioterapia efficace, che ha bloccato la crescita della malattia. <\/p>\n\n\n\n<p>Sappiamo che&nbsp; i pazienti affetti da neoplasie uroteliali\nnon possono fare chemioterapia con cisplatino o carboplatino all\u2019infinito e\nnella pratica clinica somministriamo 4-6 cicli di terapia al massimo; se la\nmalattia ha risposto, ci si ferma e si continua a controllare il paziente.\nAlcuni purtroppo ricadono precocemente, altri pi\u00f9 tardivamente e a quel punto \u00e8\nnecessario riprendere un trattamento medico per arginare la crescita tumorale.\nLa novit\u00e0 introdotta dallo studio Javelin 100 \u00e8 stata quella di iniziare\nl\u2019immunoterapia come mantenimento, subito dopo la prima risposta alla\nchemioterapia, senza dover attendere il peggioramento della malattia. I\nrisultati di questo studio sono importati da un punto di vista clinico poich\u00e9\ndimostrano come l\u2019introduzione precoce dell\u2019immunoterapia sia in grado di\nritardare significativamente la progressione della malattia, migliorando la\nsopravvivenza di altri 7 mesi (su un\u2019attesa di vita di 14 mesi), e assicurando\nanche una migliore qualit\u00e0 di vita, ritardando i sintomi legati al\npeggioramento della malattia. <\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Oncologia Medica della Fondazione Policlinico Gemelli \u2013\nprosegue il dottor Iacovelli &#8211; grazie alla dedizione di un <em>team<\/em> dedicato al trattamento dei tumori genitourinari,\nall\u2019interesse per le nuove possibilit\u00e0 di cura del suo direttore, professor\nGiampaolo Tortora, e alla stretta collaborazione con i colleghi urologi, \u00e8\nattivamente impegnata nell\u2019offrire numerose possibilit\u00e0 di terapie innovative\nper i pazienti affetti da tumori uroteliali. Queste vanno dall\u2019uso\ndell\u2019immunoterapia nei pazienti con malattia iniziale e refrattaria al BCG, a\nstudi di combinazioni di immunoterapici e chemioterapia per i pazienti con\nmalattia avanzata, fino allo screening genetico per individuare specifiche\nalterazioni del gene FGFR, che predispongono alla risposta a farmaci innovativi\nora in fase avanzata di sperimentazione. Infine &#8211; aggiunge il dottor Iacovelli,\nsiamo gli ideatori e capofila dello studio nazionale ARIES, che prevede la\nsomministrazione di avelumab (lo stesso farmaco usato nello studio Javelin\n100), come&nbsp; prima linea di trattamento\nper la malattia avanzata, in quei pazienti particolarmente fragili che non\npotrebbero sopportare la chemioterapia con cisplatino e che presentino il\nmarker PD-L1 in pi\u00f9 del 5% delle cellule tumorali. Saremo inoltre il centro\ncoordinatore nazionale per una nuova sperimentazione che si pone l\u2019obiettivo di\nsuperare il concetto di chemioterapia, confrontando a questa, la combinazione\ndi immunoterapia con un farmaco innovativo (enfortumab vedotin), gi\u00e0 approvato\nsingolarmente negli Stati Uniti per i significativi dati di efficacia riportati\nin recenti studi clinici. <\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 molto ancora molto da fare, ma la nostra esperienza ci\nha insegnato come, pi\u00f9 che il nostro contributo, sia quello dei pazienti di\noggi, che accettano di partecipare ad uno studio clinico, a migliorare\nsignificativamente la vita dei pazienti di domani offrendo nuove speranze di\ncura e di guarigione.\u201d<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uniti per vincere la battaglia contro il tumore e accelerare il progresso della scienza. 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