{"id":27480,"date":"2020-04-17T14:01:50","date_gmt":"2020-04-17T14:01:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/?post_type=kf_gem_news&#038;p=27480"},"modified":"2020-04-17T14:01:55","modified_gmt":"2020-04-17T14:01:55","slug":"covid-19-i-rischi-per-i-pazienti-con-insufficienza-renale-e-le-strategie-di-prevenzione","status":"publish","type":"kf_gem_news","link":"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/en\/news-events\/covid-19-i-rischi-per-i-pazienti-con-insufficienza-renale-e-le-strategie-di-prevenzione\/","title":{"rendered":"COVID-19: i rischi per i pazienti con insufficienza renale e le strategie di prevenzione"},"content":{"rendered":"\n<p>Il COVID-19 danneggia anche i\nreni, con meccanismi e conseguenze diverse. Ed \u00e8 dunque un problema da tenere\nben presente sia sul piano clinico, che organizzativo per fronteggiare\nadeguatamente l\u2019emergenza, visto che \u00e8 tutt\u2019altro che raro. Uno studio cinese\nha evidenziato che met\u00e0 delle persone ricoverate per COVID-19 presenta proteine\no sangue nelle urine, un evidente segno di danno renale. <\/p>\n\n\n\n<p>Il 14-30% dei pazienti con\nCOVID-19 ricoverati in rianimazione a Wuhan e a New York inoltre presentavaun deterioramento\ndella funzione renale tale da richiedere un trattamento emodialitico. E\u2019 il\nmotivo per cui le terapie intensive di New York si sono affrettare a chiedere\ncon urgenza l\u2019arrivo di altro personale specializzato per la dialisi, con in\npi\u00f9 l\u2019incubodi rimanere sprovvisti dei liquidi per la dialisi. <\/p>\n\n\n\n<p>Abbiamo chiesto al professor <strong>Giuseppe Grandaliano<\/strong>, Ordinario di Nefrologia all\u2019Universit\u00e0 Cattolica e Direttore della UOC di Nefrologia della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS, di fare per noi il punto della situazione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"961\" height=\"902\" src=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Grandaliano.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-27477\" srcset=\"https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Grandaliano.png 961w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Grandaliano-300x282.png 300w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Grandaliano-768x721.png 768w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Grandaliano-527x495.png 527w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Grandaliano-218x205.png 218w, https:\/\/www.policlinicogemelli.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Grandaliano-400x375.png 400w\" sizes=\"auto, (max-width: 961px) 100vw, 961px\" \/><figcaption>Professor Giuseppe Grandaliano<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><strong>Attraverso quali meccanismi il coronavirus danneggia i reni?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cI meccanismi attraverso i quali il virus pu\u00f2 danneggiare i reni \u2013 spiega il professor Grandaliano &#8211;\u00a0 sono almeno due. In maniera diretta, visto che in studi autoptici \u00e8 stata dimostrata la presenza del virus a livello renale, sia nelle cellule tubulari che nelle cellule epiteliali del glomerulo (meccanismo di tossicit\u00e0 diretta del virus). Uno <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"studio autoptico (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/www.kidney-international.org\/article\/S0085-2538(20)30369-0\/fulltext)\" target=\"_blank\">studio autoptico<\/a> condotto a Wuhan, ha dimostrato la presenza di danno renale acuto nei reni di 9 pazienti su 26 e 7 di questi presentavano particelle di coronavirus nei reni. I reni, infatti, sono particolarmente ricchi di recettori ACE2 (fino a 100 volte tanto quelli riscontrati nel tessuto polmonare), che rappresentano la porta d\u2019ingresso del virus nelle cellule. <\/p>\n\n\n\n<p>Poi ci pu\u00f2 essere un meccanismo\nlegato alla famosa tempesta citochinica, a questa gravissima reazione\ninfiammatoria sistemica che pu\u00f2 avere ripercussioni a livello renale\u201d.\nCitochine e mediatori dell\u2019infiammazione possono danneggiare il parenchima\nrenale siadirettamente sia indirettamente. Sempre nei casi autoptici ci sono\nevidenze di infiltrati infiammatori a livello del rene, segni di attivazione della\ncascata del complemento e un importante danno endoteliale, lesioni queste\npotenzialmente riconducibili all\u2019azione delle citochine pro-infiammatorie\npresenti in circolo.Questi mediatori circolanti possono, per\u00f2, danneggiare il\nrene anche indirettamente attraverso ipossia, shock e rabdomiolisi (molti\npazienti con COVID-19 presentano segni di danno muscolare, testimoniato da un\naumento delle CPK nel sangue).<\/p>\n\n\n\n<p>I reni sono anche organi\nendocrini; un danno ne compromette la capacit\u00e0 di produrre eritropoietina (l\u2019ormone\nche stimola il midollo osseo a produrre globuli rossi) e vitamina D e altera la\nregolazione della pressione arteriosa. Ma il virus potrebbe anche annidarsi\nall\u2019interno del rene e continuare ad essere eliminato attraverso le urine, una\nvolta scomparso da altre parti del corpo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Insufficienza renale nei pazienti COVID<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIl danno renale nei pazienti\nCOVID \u2013 commenta il professor Grandaliano &#8211; si pu\u00f2 evidenziare in diversi modi.\nL\u2019incidenza di insufficienza renale acuta oscilla dal 5 al 30% dei pazienti con\nCOVID-19, sia nei reparti di degenza, che pi\u00f9 frequentemente in terapia\nintensiva. Ma questi pazienti possono sviluppare un danno renale meno evidente,\ncome dimostrato da uno studio cinese su oltre 700 pazienti dove oltre il 40%\ndei pazienti presentava anomalie urinarie, in particolare proteinuria, che \u00e8\nsegno di un danno renale.<\/p>\n\n\n\n<p>Una cosa che non sappiamo, per\ncui sar\u00e0 importante monitorare nel tempo questi pazienti, anche dopo la\ndimissione, \u00e8 quali conseguenze potr\u00e0 avere questo danno renale acuto legato al\nvirus nel lungo termine. Non sappiamo infatti se questi pazienti avranno\nproblemi renali o meno, in seguito\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"studio cinese (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/doi.org\/10.1016\/j.kint.2020.03.005\" target=\"_blank\">studio cinese<\/a> prospettico su 701 pazienti con COVID-19 ricoverati presso un grande ospedale di Wuhan ha evidenziato che nel corso del ricovero il 5,1% di loro ha presentato un episodio di insufficienza renale acuta. I soggetti con questa complicanza hanno un rischio di mortalit\u00e0 ospedaliera aumentato in maniera significativa, ma anche un aumento della creatininemia e dell\u2019azotemia o la presenza di proteinuria e di ematuria all\u2019ingresso risultava associato ad un maggior rischio di mortalit\u00e0. <\/p>\n\n\n\n<p>La presenza di insufficienza\nrenale al momento del ricovero o la comparsa di insufficienza renale acuta sono\ncondizioni che si associano ad un aumento della mortalit\u00e0 durante il ricovero.\nQuesto rischio aumenta con l\u2019et\u00e0 (&gt; 60 anni), negli ipertesi, nei\ncoronaropatici. Un monito dunque ai medici a prestare maggior attenzione ai\npazienti con queste caratteristiche, monitorando con attenzione gli indici di\nfunzionalit\u00e0 renale nei soggetti ricoverati per COVID-19.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I pazienti in dialisi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sono circa 42.000 i pazienti\nitaliani con insufficienza renale terminale che per vivere hanno bisogno che il\nloro sangue venga letteralmente \u2018ripulito\u2019 dalle tossine e dei liquidi in\neccesso (che i loro reni non riescono pi\u00f9 a smaltire) sottoponendosi ad\nemodialisi tre volte a settimana per turni di 4 ore. Altri 4.500 italiani fanno\ndialisi peritoneale a casa. A questi si aggiungono nel nostro Paese altri\n27.000 pazienti trapiantati di rene.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Secondo una survey di recente effettuata dalla Societ\u00e0 Italiana di\nNefrologia, la percentuale di pazienti con COVID in emodialisi \u00e8 del 2,8% e\nquella dei pazienti in dialisi peritoneale del 2,4%<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I pazienti in trattamento\nemodialitico sono pazienti \u2018delicati\u2019 ed hanno bisogno dunque di grandi\nattenzioni per evitare di essere contagiati dal coronavirus durante la dialisi.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella dei dializzati \u00e8 infatti\nuna popolazione ad alto rischio infettivo, che spesso presenta anche una serie\ndi comorbidit\u00e0 associate, come diabete e ipertensione. Ma i centri dialisi\nhanno una grande esperienza e sanno come limitare la diffusione di malattie\ninfettive (dall\u2019epatite B e C, all\u2019HIV). Durante la pandemia di coronavirus \u00e8\nnecessario approntare delle unit\u00e0 dialisi dedicate a questi pazienti; fornire mascherine\na tutti i pazienti e al personale sanitario, effettuare un triage all\u2019ingresso\ndel centro (misurazione della temperatura corporea) per evitare l\u2019ingresso di\npazienti potenzialmente infetti, porre attenzione alle modalit\u00e0 di trasporto\ndei pazienti da e per il centro dialisi.<\/p>\n\n\n\n<p>I pazienti dializzati in caso di\ninfezione da COVID-19 presentano in genere meno linfopenia (riduzione del\nnumero dei linfociti nel sangue), livelli di citochine infiammatorie pi\u00f9 bassi\ne in genere una forma meno aggressiva degli altri pazienti con COVID.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul rischio infezione da coronavirus nei pazienti con insufficienza renale\u2013 commenta il professor Grandaliano &#8211; non c\u2019\u00e8 molta letteratura. Pi\u00f9 documentato invece il rischionei pazienti in dialisi, che sembra decisamente aumentato. Ma non \u00e8 chiaro di come questa infezione possa pesare in termini di prognosi sui pazienti in dialisi. Alcuni studi evidenziano per\u00f2 un aumento di mortalit\u00e0. Un primo <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"report  (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/sinitaly.org\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/Survey-Covid-19-paz-dialisi-e-centri-dialisi.pdf\" target=\"_blank\">report <\/a>realizzato ad inizio aprile dalla Societ\u00e0 Italiana di Nefrologia indica una mortalit\u00e0 del 25,8% dei pazienti in dialisi con COVID-19; dati relativi al Piemonte e Val d\u2019Aosta indicano una letalit\u00e0 del 31,1% tra i maschi e del 4% tra le femmine.E\u2019 bene per\u00f2 ricordare che questi pazienti hanno un altissimo rischio cardiovascolare. Altri lavorisuggeriscono tuttavia che i pazienti dializzati, in caso di COVID-19 possano presentare un\u2019infezione non particolarmente severa, forse perch\u00e9 non sono in grado di sviluppare una reazione infiammatoria cos\u00ec importante come un soggetto normale. Di certo, in questo periodo c\u2019\u00e8 stata un\u2019attenzione particolare per tutti i pazienti in dialisi e le maggiori societ\u00e0 scientifiche (Societ\u00e0 italiana di nefrologia, societ\u00e0 europea e americana) hanno emanato subito delle linee guida per la sicurezza di questi pazienti, alle quali i centri dialisi si sono immediatamente attenuti. Questo ha contribuito a limitare in maniera significativa l\u2019infezione in questa popolazione di pazienti. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>COVID e pazienti trapiantati<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I trapiantati di rene (in Italia\ncirca 27.000) spesso sono per tutta la vita in terapia immunosoppressiva fatto\nquesto che li rende pi\u00f9 suscettibili a malattie infettive e tumori. Soprattutto\nnei primi mesi dal trapianto \u00e8 necessario somministrare immunosoppressori ad\nalte dosi. La terapia immunosoppressiva rende maggiormente esposti alle infezioni\nin generale e a questa in particolare questa popolazione di pazienti. \u201cDati preliminari\ndel Centro Nazionale Trapianti \u2013 commenta il professor Grandaliano &#8211; ci fanno\ncapire come in questa popolazione di pazienti ci sia un\u2019aumentata incidenza di\nCOVID-19 (sembra almeno doppia rispetto alla popolazione generale). I report\ndel gruppo di Parma e di Brescia, parlano di un aumentato ricovero in terapia\nintensiva di questi pazienti, mentre un recente articolo pubblicato su Lancet\nsui trapiantati di fegato suggerisce che in realt\u00e0 la popolazione dei\ntrapiantati sia in parte protetta dalle conseguenze pi\u00f9 importanti dell\u2019infezione,\nperch\u00e9 la terapia immunosoppressiva potrebbe ridurre quell\u2019abnorme risposta\ninfiammatoria, alla base delle conseguenze pi\u00f9 gravi del COVID-19\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dai nefrologi la proposta di un trattamento per contenere la \u2018tempesta\ncitochinica\u2019<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"L\u2019FDA  (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/www.fda.gov\/news-events\/press-announcements\/coronavirus-covid-19-update-fda-authorizes-blood-purification-device-treat-covid-19\" target=\"_blank\">L\u2019FDA <\/a>ha di recente dato il via libera all\u2019<strong>aferesi<\/strong> per il trattamento della tempesta citochinica. \u201cL\u2019aferesi \u2013 spiega il professor Grandaliano &#8211; consiste nel far passare il sangue del paziente attraversoun apposito filtro, che rimuove le proteine infiammatorie (citochine), la cui concentrazione aumenta in maniera abnorme in corso di infezione e che sarebbero alla base dei gravi danno a carico del polmone e forse anche dei reni indotti dal COVID-19. \u2018Scremando\u2019 il sangue di queste proteine (le citochine) potrebbe aiutare a proteggere gli organi dal danno da queste indotto. Il nostro \u00e8 l\u2019unico centro in Italia il cui comitato etico ha gi\u00e0 approvato questo trattamento; siamo pronti dunque a partire\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Maria Rita Montebelli<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il COVID-19 danneggia anche i reni, con meccanismi e conseguenze diverse. Ed \u00e8 dunque un problema da tenere ben presente sia sul piano clinico, che organizzativo per fronteggiare adeguatamente l\u2019emergenza, visto che \u00e8 tutt\u2019altro che raro. 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