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ESGO 2025: il Gemelli e le sue cure ‘umanamente high-tech’ per le donne con tumori ginecologici

24 February 2025
Institutional information

Intelligenza artificiale in sala operatoria, maggiore attenzione alla qualità di vita e al desiderio di gravidanza delle donne portatrici di mutazioni predisponenti ai tumori ginecologici e nuovi score di rischio per calcolare la possibilità di complicanze in caso di interventi ginecologici demolitivi. Questi e tanti altri i contributi presentati dagli esperti del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica al Congresso Europeo di Ginecologia Oncologica (ESGO), anche in collaborazione con prestigiosi centri internazionali e sempre all’insegna della grande attenzione alla persona, prima ancora che alla sua malattia.

Si è concluso ieri a Roma l’edizione 2025 del congresso della Società Europea di Ginecologia Oncologica (ESGO), che ha visto la partecipazione di oltre 3.800 specialisti provenienti da 115 Paesi, impegnati nel trattamento dei tumori femminili (chirurghi oncologi, radioterapisti, oncologi medici, anatomo-patologi) da tutto il mondo. Con la professoressa Anna Fagotti, Presidente di ESGO e del congresso, Ordinario di Ginecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della UOC Carcinoma Ovarico di Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, abbiamo ripercorso alcuni dei contributi più significativi presentati dagli esperti del Gemelli e dell’Università Cattolica a questo congresso internazionale.

Il futuro entra in sala operatoria, ovvero l’esperienza del Policlinico Gemelli nell’impiego dell’intelligenza artificiale (IA) in sala operatoria. “L’IA – afferma la professoressa Anna Fagotti – aiuta a pianificare meglio un intervento chirurgico, nella maniera più personalizzata possibile. Stiamo portando avanti un articolato progetto accademico, in collaborazione con altri centri internazionali come l’IHU (Institute of Image Guided Surgery) di Strasburgo, che si declina su varie tematiche. È possibile ad esempio individuare con maggior precisione la diffusione peritoneale di tumore ovarico, attraverso l’IA che, ‘vedendo’ le immagini della laparoscopia, aiuta a stabilire se la paziente sia operabile o meno”. Questo rappresenta un grosso vantaggio perché permette di assicurare lo stesso trattamento a tutte le pazienti e, nel caso in cui siano ricoverate in un centro periferico, permette di riferirle, nei casi più impegnativi, presso un centro di riferimento per effettuare l’intervento. “In questo modo – prosegue la presidente ESGO – diamo a tutte le pazienti, anche quelle più complesse, la chance di ricevere la migliore indicazione di trattamento, ovunque siano ricoverate”. Un’altra linea di progetto sta cercando di identificare attraverso l’IA i cosiddetti safety point, cioè i ‘punti di sicurezza’ nel corso di un intervento chirurgico. “In questo caso – spiega la professoressa Fagotti –  l’IA avverte il chirurgo, impegnato nell’esecuzione di un intervento laparoscopico, nel caso in cui stia commettendo un errore, un passaggio sbagliato e dà un alert che gli permette di correggere la sua azione immediatamente per evitare complicanze. Stiamo sfruttando l’IA anche per effettuare delle ricostruzioni tridimensionali pre-operatorie, partendo dall’imaging (TAC o RMN), in collaborazione con la Radiologia di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS, diretta dalla professoressa Evis Sala, e con ricercatori dello Sheba Medical Center (Tel Aviv). Questo ci consente di pianificare l’intervento con maggior precisione, anche ricorrendo all’ausilio di esperti di altre specialità (come urologi, chirurghi vascolari e gastroenterologi), nel caso in cui il tumore interessi ad esempio un grosso vaso o una parte dell’intestino. Ma utilizzando queste ricostruzioni 3D, realizzate ricorrendo all’IA, sarà più facile anche parlare con la paziente, farle vedere dov’è il tumore e illustrarle le procedure da eseguire durante l’intervento chirurgico”.

Nel corso del congresso è stata presentata anche una nuova Consensus, redatta da un gruppo di lavoropresieduto dalla professoressa Claudia Marchetti, Associato di Ginecologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della UOS Prevenzione dei Tumori Ginecologici Eredo-Familiari, e dal professor Murat Gultekin, Associato di ginecologia dell’Università di Hacettepe (Turchia) e direttore del Cancer Control Department del Ministero della Salute turco. “Si tratta di un documento sulle strategie di riduzione del rischio e sulla gestione delle donne che hanno una predisposizione ereditaria a sviluppare tumori dell’utero o dell’ovaio (sindrome di Lynch, mutazioni BRCA, e così via) – spiega la professoressa Claudia Marchetti. Questa consensus riguarda tutta la vita del paziente, non solo gli aspetti squisitamente clinici ma anche tutto quello che c’è intorno alla malattia, cioè la qualità di vita e tutto quello che è possibile fare per alleviare una serie di disturbi, come i sintomi di una menopausa precoce. La consensus ha stabilito che la giovane che va in menopausa precoce (per l’intervento chirurgico), in assenza di un precedente tumore del seno, può fare terapie ormonale sostitutiva, senza che aumenti il rischio di comparsa di altri tumori (ad esempio al seno). Nelle pazienti con sintomi genito-urinari è possibile fare terapia con estrogeni locali, in sicurezza. Partendo dall’assunto che queste pazienti possano avere un ridotto potenziale riproduttivo, gli esperti della consensus hanno valutato la possibilità e la sicurezza di un’eventuale gravidanza, spontanea o assistita, nelle donne con predisposizione ereditaria ai tumori ginecologici. Oltre alla possibilità di ricorrere a tecniche di preservazione della fertilità prima della chemioterapia, la consensus ha stabilito che le tecniche di procreazione assistita sono sicure sia nelle donne sane, portatrici di mutazioni che predispongano al tumore dell’ovaio, che in quelle con pregresso tumore del seno, perché non aumenta il rischio di recidiva. La consensus ha stabilito anche che le pazienti con mutazione BRCA e pregresso tumore del seno, qualora rimangano incinte spontaneamente, possono portare avanti in sicurezza la gravidanza”.

L’intervento di pelvectomia (pelvic exenteration) consiste nell’asportazione radicale degli organi pelvici (utero, tube, ovaie, retto e vescica) e viene effettuato in caso di alcune recidive di tumori ginecologici. “Si tratta di un intervento molto demolitivo – spiega la professoressa Fagotti – che può essere effettuato solo in alcuni centri di riferimento super-specializzati”. A fronte di un rischio intra-operatorio relativamente basso, nel post-operatorio possono verificarsi importanti complicanze in una paziente su quattro. “Noi abbiamo sviluppato un punteggio predittivo (score) del rischio – prosegue l’esperta – per individuare preventivamente le complicanze alle quali potrebbe andare incontro la paziente. Questo score di rischio ci aiuta ad affrontare l’intervento e il post-operatorio con piena cognizione delle possibili complicanze, permettendoci di intercettarle tempestivamente e di gestirle al meglio”. Lo studio è stato presentato dal dottor Nicolò Bizzarri della Ginecologia Oncologica di Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS.

Nel corso del congresso ESGO sono state presentate anche le richieste dell’Ovarian Cancer Commitment (OCC), tra le quali la necessità di garantire un accesso omogeneo e la rimborsabilità in tutte le Regioni italiane al test HRD, contestualmente alla diagnosi del tumore ovarico. “Nel 50 per cento di queste neoplasie – spiga la professoressa Fagotti – sono presenti i cosiddetti deficit di ricombinazione omologa (HRD), tra i quali rientrano le mutazioni dei geni BRCA1 e 2; effettuare questo test al momento della diagnosi può guidare alla scelta della terapia più efficace (PARP inibitori, anche in combinazione con farmaci anti-angiogenici), consentendoci di agire in maniera specifica. Il test HRD deve dunque costituire il primo step di un approccio di medicina di precisione per definire la migliore cura del tumore dell’ovaio”. L’esecuzione di questo test richiede piattaforme tecnologiche corredate da software speciali, presenti al momento solo in pochi centri specializzati. Il Policlinico Gemelli effettua questo test per tutto il centro sud Italia, ma sarebbe opportuno, come chiede l’OCC, che vengano create reti laboratoristiche a livello di ogni singola Regione. “Fondamentale inoltre è che le pazienti affette da queste neoplasie (se ne registrano oltre 5.400 nuovi casi l’anno) – prosegue la professoressa Fagotti – vengano trattate presso centri di riferimento ad alti volumi”. In Italia solo 3 centri operano più di 100 donne l’anno, mentre la maggior parte dei centri non supera i 20 interventi annui (come rileva il Policy Paper, presentato di recente da OCC) e non può dunque ottenere la certificazione ESGO; il Gemelli da solo fa oltre mille interventi l’anno di tumore ovarico. OCC è un’iniziativa ESGO, della Rete europea dei gruppi di advocy del cancro ginecologico (ENGAGe) e di Astra Zeneca; ha l’obiettivo di migliorare la conoscenza di questa malattia, la qualità di vita e la sopravvivenza delle donne affette da carcinoma ovarico.

Maria Rita Montebelli

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