11.01.2018
Influenza, non fate gli eroi
Contro il virus, che ha raggiunto il picco e sta intasando il pronto soccorso degli ospedali italiani, l’unica ricetta è mettersi a letto. Gli antibiotici servono solo se si apre la porta a un’infezione batterica. Intervista all’infettivologo Roberto Cauda e al pediatra Piero Valentini

Come affrontare il picco di influenza che ha colpito milioni di italiani? La risposta può sembrare scontata ma non lo è: mettersi a letto e non fare gli eroi. Parola del professor Roberto Cauda, direttore dell'Istituto di Clinica delle malattie infettive dell'Università Cattolica di Roma dell’Ateneo e dell'UOC di Malattie infettive della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli. «In un soggetto in discreta salute la gestione dell’influenza va fatta al proprio domicilio» afferma l’infettivologo, secondo cui «la terapia farmacologica non è molto popolare per una malattia benigna che dura al massimo 5/6 giorni (3/4 con la febbre)». 

Eppure molte persone affollano il Pronto soccorso. «Al Pronto soccorso dovrebbero rivolgersi solo soggetti per cui la malattia potrebbe avere un decorso pericoloso, come nel caso di persone che non si sono vaccinate pur essendo a rischio (cardiopatici, persone con malattie croniche, anziani over 65, personale medico/sanitario…). In questi casi bisogna stare attenti a evitare di contrarre infezioni peggiori di natura batterica, come le polmoniti. Niente antibiotici, dunque, per l’influenza, data la sua origine virale, a meno che non ci siano altre malattie sottostanti. Oppure nel caso rischi di aprire la porta ai batteri, per i quali la cura antibiotica è necessaria».

Sarà un caso, ma perché il picco dell'influenza si manifesta sempre intorno alle feste di Natale? «Il picco dell’influenza nel nostro emisfero è il periodo invernale perché, complice il raffreddamento, che diminuisce l’immunità locale nelle vie aeree, i virus attecchiscono più facilmente. E perché la vita condotta negli ambienti chiusi, molto più che in altre stagioni, facilita il contagio».

Quando si può parlare di influenza? «Usiamo convenzionalmente questo nome per le infezioni respiratorie acute in presenza di un numero di casi alto in un tempo abbastanza breve, con sintomi cosiddetti influenzali».

Come si fa a rilevarla? «L’Italia ha uno dei sistemi di sorveglianza sull’influenza migliori al mondo. Un sistema “molto intelligente” e consolidato: Influnet poggia su osservazioni di medici di base “sentinella” presenti sul territorio, che hanno sentore di quando c’è un aumento dei casi di infezioni respiratorie acute. Sono queste “antenne” che trasmettono a Influnet i dati che, analizzati, permettono di capire quando, da un rumore di fondo, si arriva a un’analisi clinica di influenza. A questo sistema se ne associa uno di osservazione microbiologica».

Come si manifesta l'influenza di quest'anno? Come riconoscerne rapidamente i sintomi? «Quella di quest’anno non è molto diversa da quella degli anni passati, anche se è certa una maggiore gravità dovuta a qualche piccola variazione dei virus che ha aggravato il quadro generale con disturbi intestinali più diffusi. Gli altri sintomi sono classici: febbre elevata, spossatezza, dolori alle ossa, prostrazione, brividi, perdita dell’appetito, mal di gola, bruciore alla trachea, tosse secca».

Quando rientrare in comunità? «La contagiosità è maggiore nella fase precedente: quando non ci sono più i sintomi, si può tornare in mezzo agli altri, sul lavoro o a scuola».

Quanto è importante vaccinarsi? Chi dovrebbe farlo? «Quest’anno si sono diffusi due virus di tipo A (H1N1 e H3N3) e due di tipo B. In base a quello che è circolato nell’altro emisfero abbiamo potuto prepararne due tipi, uno trivalente e uno quadrivalente. Chi deve farlo? Quelle categorie di persone a rischio di cui parlavo prima. L’obiettivo non è interrompere la trasmissione ma evitare la pericolosità». 

Perché non tutti lo fanno? «I vaccini, insieme agli antibiotici, hanno di fatto allungato la vita media delle persone. È difficile comprendere perché le popolazioni non vogliano vaccinarsi. Io ho una spiegazione psicologica, per esempio sull’antinfluenzale: siccome a ottobre spesso c’è ancora un bel clima, perché devo pensare all’influenza? Lo stesso vale per le altre vaccinazioni…».

Adesso è ancora utile farlo? «Si fa di solito da metà ottobre a metà dicembre. Adesso non è inutile farlo ma bisogna sapere che gli effetti benefici saranno tra 15 giorni. E quindi potremmo essere a rischio».

I CONSIGLI DEL PEDIATRA

Come si manifesta l’influenza di quest’anno tra i bambini? Secondo il professor Piero Valentini, docente di Malattie infettive alla facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica a Roma e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Pediatria del Policlinico Gemelli, insieme a quelli classici, «i sintomi, in alcuni casi, possono essere di tipo gastrointestinale, con nausea, vomito e diarrea. I sintomi respiratori sono sovrapponibili a quelli causati dai virus respiratori che sono comunemente identificabili in questo periodo, ma hanno caratteristiche di maggiore intensità. Sono possibili anche presentazioni più rare, con interessamento del sistema nervoso centrale, con convulsioni o del cuore, con quadri di miocardite».

Come gestire l’influenza senza intasare le corsie del Pronto soccorso? «È sempre importante che i bambini vengano valutati dai propri medici curanti per escludere la presenza di complicanze o di processi legati ad altre cause: l’indicazione a una valutazione in Pronto Soccorso per accertamenti più approfonditi o nell’ipotesi di un ricovero dovrebbe essere data da loro. Se il bambino, nonostante i sintomi di malattia, mantiene una buona reattività e la capacità di alimentarsi, dato importante soprattutto per i più piccoli, è verosimile che non ci si trovi dinanzi a un decorso gravato da complicanze. In caso contrario una valutazione da parte del pediatra è indicata». 

Che fare in questo caso? «Fondamentale è non farsi prendere dal panico per la temperatura elevata: l’entità della febbre non ha una relazione diretta con la gravità del quadro clinico, che può essere valutato correttamente solo attraverso un attento esame obiettivo e, se necessario, qualche mirato esame di laboratorio. Attenzione quando il bambino non beve a sufficienza, è sonnolento, irritabile o scarsamente reattivo, presenta un respiro accelerato o manifesta una franca difficoltà respiratoria, peggio se accompagnata da colorito cutaneo bluastro».

Quanto dura? «La durata è usualmente di 3-5 giorni ed è contenuta entro un periodo massimo di due settimane, ma il decorso può prolungarsi in presenza di complicazioni, che possono essere anche pericolose per la vita, quando sono interessati soggetti a rischio (bambini cardiopatici, con fibrosi cistica, broncodisplasia, ecc.)». 

Quando rientrare a scuola? «Dopo la defervescenza febbrile, lasciando ancora qualche giorno il bambino in casa per permettergli di riprendere pienamente le forze. Rientrare in comunità significherà venire a contatto con altri patogeni, è bene che il fisico abbia ripreso in pieno le sue capacità di reagire».

È importante vaccinarsi? La vaccinazione è l’unico modo per prevenire un’infezione ed è un presidio fondamentale per quelle categorie di persone che sono considerate a rischio di complicanze gravi. Al di fuori di queste, il vaccino è consigliabile anche in bambini piccoli, dei primi due anni di vita, poiché è il gruppo che può andare maggiormente incontro a ospedalizzazione per insorgenza di complicanze. Inoltre, la vaccinazione è auspicabile in chiunque viva a stretto contatto con soggetti inclusi in categorie a rischio. Soggetti in altre età pediatriche possono, comunque, usufruire di questo presidio per tutelarsi nei confronti di una malattia debilitante e fastidiosa da superare».

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