02.02.2012
Endometriosi dell'ovaio, ecco ''l'identikit'' per rimuoverla senza rischi per la donna
Uno studio di ginecologi dell'Università  Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma indica come e quando intervenire in caso di cisti ovariche senza compromettere la fertilità  delle giovani donne.

Ricercatori dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli di Roma hanno tracciato “un identikit” delle cisti dell’ovaio dovute a endometriosi facendo finalmente luce su quelle che si possono asportare senza rischi per la paziente e quelle la cui asportazione chirurgica, invece, può comportare un rischio per la sua fertilità.

L’endometriosi interessa un numero decisamente significativo di pazienti in età fertile (15-45% della popolazione) e tra queste, la maggior parte dei casi dimostra un interessamento ovarico della malattia (il cosiddetto endometrioma).

 

Quando togliere una cisti ovarica “endometriosica” senza compromettere la capacità riproduttiva della donna e quando invece aspettare o provare un trattamento farmacologico? La risposta a questa domanda, importante per un intervento molto comune in Italia (più di 1500 interventi l’anno) arriva da uno studio di ricercatori dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli di Roma grazie al quale si cominciano a definire le caratteristiche delle cisti ovariche endometriosiche da operare e a quali rischi e controindicazioni per la paziente sono associate.

 

Lo studio è stato condotto dal gruppo del prof. Antonio Lanzone, direttore di Istituto di Clinica Ostetrica e Ginecologica della Cattolica di Roma, e coordinato dal prof. Maurizio Guido, docente nello stesso Istituto e pubblicato di recente sulla rivista Fertility and Sterility.

 

“È emerso - spiega il professor Guido - che soprattutto nelle donne giovani (under-32 anni) rimuovere le cisti endometriosiche di piccole dimensioni può causare un danno molto più importante, arrecando un rischio alla fertilitàdella paziente che non rimuovere, invece, le cisti di più grandi dimensioni”.

 

Le cisti ovariche endometriosiche sono un problema piuttosto comune nelle donne in età fertile, la cui origine resta ancora in gran parte da chiarire. 

“La prassi abituale è stata quella di procedere alla rimozione chirurgica delle cisti; finora non era ancora chiaro quali potessero essere le conseguenze di questo intervento per la fertilità della paziente”, considera il ginecologo Guido.    

 

I ricercatori hanno riscontrato che l’asportazione chirurgica delle cisti di minori dimensioni, provoca una maggiore perdita di “follicoli” (e quindi di ovociti); asportarle, dunque, lede almeno in parte la fertilità della donna, mentre la numerosità dei follicoli presenti nelle cisti di maggiori dimensioni è minore, quindi la loro rimozione è meno rischiosa per la fertilità.

 

Inoltre, i ricercatori del Gemelli, attraverso un’indagine istologica dell’endometrioma, hanno individuato due tipologie di “capsula cistica”:fibroblastica e fibrocitica, la prima delle quali, più frequente nelle pazienti under 32 anni, è correlata a una maggior perdita di follicoli dopo la chirurgia.

 

“Alla luce dei nostri risultati per le donne desiderose di avere figli e con cisti endometriosiche di piccole dimensioni – afferma il professor Guido – potrebbe non essere necessario l’intervento chirurgico o comunque potrebbe essere utile procrastinarlo, qualora la priorità della paziente sia la ricerca di una gravidanza. In questo caso è utile che il ginecologo tenga sotto controllo le cisti per valutare eventuali modificazioni o incremento di dimensioni”.

 

Dalla valutazione dei risultati emerge la necessità che le pazienti con endometriosi ovarica siano informate, attraverso un counseling adeguato, prima di decidere se sottoporsi o meno all’intervento di asportazione, al fine di considerare il ricorso a tecniche di preservazione della fertilità.

 

Fino a 15 anni fa, spiega lo specialista dell’Unità di Ginecologia disfunzionale del Gemelli, l’approccio all’endometriosi ovarica era direttamente chirurgico, solo negli ultimi anni si è cominciato a capire che è importante essere più conservativi e magari indirizzarsi, almeno per un periodo, verso untrattamento farmacologico (l’estroprogestinico).

 

“Auspichiamo che grazie a questi studi possa essere più chiaro chi trattare chirurgicamente e chi no e che si possa personalizzare l’assistenza alle pazienti”, conclude Guido.

 

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