04.03.2013
L'editoriale - La missione di curare. L’importanza di comunicare
L’editoriale di Rocco Bellantone, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica

Rocco Bellantone

Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica

Il nostro ospedale è un luogo straordinario. 
Ma non tanto per le tecnologie eccellenti e per le grandi conoscenze. E' un posto fuori dal comune per altri motivi. Abbiamo imparato una lezione fondamentale: avere cura del paziente, cura dell'uomo, cura dello spirito.   

“Non credo che i farmaci servano a molto…”, dubitava S. Pio da Pietrelcina, aggiungendo subito: ”…Se al letto del malato non portate l'amore”. “E l'amore lo portate con le parole. Quelle che possono sollevare il malato. Portate Dio ai malati: e questo varrà più di qualsiasi altra cura…”.

La nostra missione è: “Impegno per l'eccellenza e per l'uomo che soffre”. Considerato che ci sarà sempre un uomo che soffre e che l'eccellenza - per definizione - non ha mai un punto fermo: non sarà mai possibile fermarsi a dire quanto siamo bravi. Dobbiamo ogni giorno rimboccarci le maniche, metterci in discussione, e spingere - a fondo - il piede sull'acceleratore.

Siamo qui per qualcosa di speciale, per qualcosa di molto coraggioso.  Se qualcuno ha dei dubbi ricordi le parole di un nostro grande paziente, Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”. Se qualcuno si sente depresso dalle tante difficoltà ricordi che la depressione può essere una terribile malattia del fisico ma a volte può essere una malattia - ancora più terribile - dell'anima. E questa può portare alla perdita della fede. Coraggio!

Qualche tempo fa il mio parroco mi spiegava come il Vangelo non sia un manuale di bon ton e nemmeno una sorta di Galateo. Il Vangelo non invita alla timidezza. Anzi. Incita con forza a schierarsi con gli umili e a difenderli con tutte le forze.

Si racconta che Padre Agostino Gemelli avesse un “caratteraccio”. Qualcuno - addirittura - non lo chiamava “Magnifico Rettore” ma “Magnifico Terrore”. Ma era un giusto. E guardate cosa ha costruito per gli umili. Con il suo carattere. 
I suoi eredi hanno realizzato il suo sogno: in 3 anni  hanno costruito un enorme Ospedale (1961-1964). Oggi è un rarissimo esempio (in Italia) di Policlinico totalmente universitario. Qui non si impara la teoria: qui si vive medicina.

Qui nel 1961 c'era solo campagna. I nostri predecessori andavano a cercare i pazienti nelle borgate quando tutta Roma andava giustamente nelle magnifiche realtà universitarie ed ospedaliere già esistenti.
In 50 anni siamo entrati a pieno titolo nella grande tradizione romana e svolgiamo a pieno titolo la nostra funzione di servizio pubblico: i cittadini del Lazio e dell'Italia ci scelgono come centro di eccellenza del sistema sanitario pubblico nazionale.

… Mettetele in fila 1.000.000 di persone l'anno!
Il paziente - per noi - non è solo un caso clinico: è un uomo malato, verso il quale il medico deve adottare un atteggiamento di sincera, autentica, reale empatia, soffrendo insieme lui, mediante una partecipazione personale nelle situazioni concrete del singolo paziente.
Malattia e sofferenza sono fenomeni che, compresi a fondo, vanno oltre la medicina e toccano l'essenza della condizione umana.

Questo continuerà ad essere il posto dove si combatterà la sofferenza del fisico e dello spirito,  dove si cercherà di evitare la morte fisica ma dove soprattutto seguendo l'esempio di un medico di eccezione, San Giuseppe Moscati, la morte non esisterà.

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