04.04.2007
L'iperattività infantile e il deficit dell’attenzione (ADHD)
Come si riconosce e come si cura l'ADHD? Lo spiega in un’intervista la prof.ssa Maria Giulia Torrioli, associato di neuropsichiatria infantile all' Università Cattolica di Roma.

Circa il 4 per cento della popolazione pediatrica ha un'iperattività e un deficit dell'attenzione. Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività  (Attention Deficit Hyperactivity Disorder - ADHD) è un'espressione coniata per indicare un problema che interessa sia bambini che adulti che manifestino difficoltà nel mantenere un'attenzione continua nel tempo, nel controllare l'impulsività e nel regolare il proprio livello di attivazione fisiologica. Questo disturbo ha avuto numerose “etichette” nel corso dell'ultimo secolo: reazione ipercinetica del bambino, iperattività, sindrome ipercinetica, disfunzione cerebrale minima, disturbo da deficit attentivo (con o senza iperattività).

 

“Oggi si parla molto spesso di iperattività infantile e deficit dell'attenzione, anche se in realtà non siamo davanti a una nuova patologia - spiega la prof. Maria Giulia Torrioli, dell’unità di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Gemelli -. Si potrebbe pensare che tutti i bambini “terremoto” o particolarmente vivaci siano iperattivi. In realtà non è così. I bambini ADHD sono vivaci e anche molto distratti, ma lo sono a livello tale da vivere male innanzi tutto loro, ma anche la famiglia e tutto l'ambiente classe che subisce la loro iperattività per tutto il periodo scolastico. Sono bambini che hanno una incapacità costituzionale a stare e fermi e concentrati quando l'attenzione che gli si richiede è prolungata nel tempo”.

 

Come si fa a distinguere quando un bambino è iperattivo o solo vivace?
“La diagnosi clinica è abbastanza complessa. Il punto fondamentale è il disagio. Se il bambino è felice, va bene a scuola e ha amici, certo non è un bambino iperattivo. Coloro che sono colpiti dalla sindrome ADHD, a causa della loro iperattività e impulsività hanno spesso un comportamento ‘appiccicoso' e quindi sono evitati dai loro coetanei. Questo è causa di sofferenza perché, i bambini, si rendono conto di essere diversi dagli altri. Spesso l'iperattività è associata ad altre comorbidità come, per esempio, i disturbi dell'apprendimento. Questo non significa che siano meno intelligenti, come invece si credeva in passato. La confusione nasceva dal fatto che alcuni bambini con patologia neurologica e un ritardo mentale presentano anche un'iperattività, ma non è l'ADHD la causa del ritardo mentale".

 

Da cosa è provocata l'ADHD?
“E' una causa biologica e non una situazione esclusivamente psicologica. La forma più comune, nel 40-50 cento dei casi, è genetica. Iperattivi si nasce e molto spesso, in quel 40 per cento circa dei casi di cui accennavo, uno dei due genitori ha un'ADHD. La colpa dunque non è né della mamma né del papà che non hanno saputo educare i figli mettendo i ‘classici paletti'. Sono bambini che nascono con questa difficoltà. Purtroppo, il non riconoscere che esiste questa difficoltà, porta a giudicare male la famiglia e quindi rende la situazione, già estremamente difficile, ancora più penosa”.

 

Come fa un genitore a capire che un figlio è affetto da ADHD?
“Quando siamo davanti a un bambino che, oltre a essere iperattivo e distratto, è anche un bambino spesso triste, non inserito nel contesto in cui vive perché non ha amici, quando è evitato dai compagni di classe, allora è chiaro che il bambino ha un disagio. Sta al pediatra indirizzarlo da uno specialista”.

 

Il bambino si rende conto della situazione?
“Il bambino vive malissimo perché si sente diverso, allontanato dagli altri e trattato come portatore di handicap. È ‘appiccicoso' perché tocca continuamente, anche se in modo non aggressivo, le cose degli altri, e i bambini stessi; pertanto averlo come vicino di banco in classe risulta insopportabile”.

 

Un bambino iperattivo può manifestare da adulto la stessa sindrome?
“L'ADHD è una patologia cronica che può durare qualche anno, ma anche per tutta la vita. In alcuni casi la sintomatologia si risolve nella preadolescenza, in altri dopo l'adolescenza e in circa il 20 per cento dei casi l'iperattività si mantiene anche in età adulta. Però l'ADHD si può gestire. In genere, le persone colpite da questa patologia sono brillanti, con grande intuito, capacità immediata di notare i particolari. Se nella vita adulta si riesce a trovare un lavoro che ‘utilizzi al meglio' le qualità derivanti dall'ADHD, si può vivere anche molto bene”.

 

Più in dettaglio, lo specialista come giunge a diagnosticare questa patologia? Si osserva il bambino o si ascoltano le parole dei genitori che spiegano il comportamento del figlio?
“La diagnosi va fatta attraverso l'osservazione del bambino, le notizie dei genitori e quelle provenienti dalla scuola di appartenenza del bambino. Quest'ultima fonte è molto importante, perché l'ADHD si manifesta soprattutto nel contesto scolastico. Genitori attenti possono essere in grado di gestire abbastanza bene, seppure con sacrificio, un bambino con ADHD. Nell'ambito scolastico invece, dove ci sono infiniti stimoli per questi bambini già impulsivi, diventa estremamente difficile mantenere un comportamento adeguato”.

 

Ma un bambino con ADHD come può essere curato?
“Ci sono due vie, non necessariamente incompatibili l'una con l'altra. Una terapia non farmacologica e una farmacologica. Nel primo caso si attua soprattutto un intervento psico-educativo, che può essere fatto con il bambino, con la famiglia e con la scuola. Tale intervento consiste nel dare consigli, ma soprattutto nell'aiutare le persone che vivono a contatto con il bambino a capirne le difficoltà e a cercare di gestirle. Purtroppo non sempre questo intervento è sufficiente, o per la gravità del quadro clinico o perché effettuato tardi quando sono già presenti una bassissima autostima e altre complicanze come un disturbo oppositivo provocatorio, ossia un ricorrente comportamento negativistico, provocatorio, disobbediente, e ostile da parte del bambino con ADHD nei confronti delle figure autorevoli. È importante valutare tutti gli aspetti comportamentali del bambino, spesso triste o depresso, per poterlo aiutare eventualmente anche con un intervento psicoterapico. Quando questo tipo di interventi non sono sufficienti a dare al bambino una qualità di vita accettabile, è importante ricorrere sotto stretto controllo dello specialista anche alla terapia farmacologia”.

 

Si tratta cioè di somministrare psicofarmaci tra cui un farmaco al centro di molte polemiche?

“Contro i farmaci con Metilfenidato è stato detto di tutto e di più. È senz’altro vero che si tratta di una sostanza ad azione anfetamino–simile e che può essere usata anche con situazioni di abuso, ma le controindicazioni sono sostanzialmente modeste e vanno evitate le “guerre di religione”. Se la vita del bambino è totalmente compromessa dalla ADHD, credo che l’utilizzo di questi farmaci in casi selezionati sia una risposta valida; è naturale che l’assunzione di questo farmaco deve essere fatta sotto controllo medico, con una valutazione molto attenta prima dell’uso. In ogni caso oggi, grazie all’intervento psico-educativo e poi al supporto farmacologico, si possono risolvere situazioni importanti di ADHD in maniera soddisfacente, restituendo una buona qualità di vita al bambino iperattivo e alla sua famiglia”.

 


A cura di: Prof.ssa Torrioli Maria Giulia