Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Università Cattolica del Sacro Cuore
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Gli anni '50 e '60

Quando il Policlinico universitario “Agostino Gemelli” fu costruito (tra  fine anni '50 e primi anni '60) i policlinici universitari erano organizzati per “cliniche” autosufficienti, dotate di tutti i servizi di cui singolarmente avevano bisogno: con proprie sale operatorie, radiologie, laboratori di analisi. Era un modello organizzativo consolidato, ma in un certo senso consono a una medicina dotata allora di strumenti diagnostici e di analisi molto semplici, una scienza medica che non aveva ancora conosciuto la spinta delle specializzazioni e ultraspecializzazioni.


1964, il Policlinico Agostino Gemelli.

Dopo la metà degli anni '50 tutti i Paesi europei si trovarono ad affrontare i problemi delle strutture sanitarie e degli ospedali, e si sviluppò un dibattito culturale circa il modello di ospedale che si sarebbe dovuto realizzare; nel campo dei policlinici universitari ci si orientò verso un modello che prevedeva il superamento delle cliniche separate, accorpate in un unico edificio, ipotizzando soluzioni di centralizzazione dei servizi di diagnosi e cura.

Si cominciarono a immaginare strutture ospedaliere dove le funzioni di degenza fossero nettamente distinte rispetto ai servizi clinici, dotandole di spazi adeguati e flessibili, in quanto si intravedevano i grandi sviluppi che in futuro avrebbero potuto avere questi servizi.
Si dibatteva molto sul numero dei letti che dovevano avere le singole stanze, si consideravano ormai superate le sale con 10 - 20 letti e ci si attestava su modelli di stanze a 6 - 4 o 2 letti; le stanze a 1 letto erano rarissime, anzi erano avversate da molti.
Le camere operatorie erano di solito contigue ai rispettivi reparti chirurgici; solo in alcuni grandi ospedali degli Stati Uniti si cominciava, fra molte controversie, a realizzare reparti operatori centralizzati (Cleveland Clinic Hospital ).

Gli sfavorevoli a questa soluzione erano di gran lunga superiori ai favorevoli.
In realtà si intravedevano i grandi cambiamenti che la medicina avrebbe avuto nei decenni successivi, ma nessuno poteva avere la certezza di quanto sarebbe cambiata e con quali tempi.

Sta di fatto che i policlinici universitari erano di per sé di grandi dimensioni; accorpare cliniche, ognuna delle quali aveva centinaia di posti letto, dotandole di servizi comuni, era un'impresa non da poco in quanto si doveva cercare di soddisfare le esigenze dei clinici, razionalizzare i percorsi e, nel contempo, realizzare strutture che da un punto di vista architettonico-funzionale rispondessero alle esigenze di una medicina in rapida evoluzione.

Le dimensioni ragguardevoli di queste cliniche imponevano programmi decennali, con realizzazioni frazionate negli anni sia per motivi funzionali sia economici. Si pensi che le grandi cliniche universitarie tedesche andavano dai 1.125 posti letto (p.l.) di Hessen ai 2.281 p.l. di Monaco, ai 2.200 p.l. di Freiburg, ai 2.400 p.l. di Heidelberg (questo alla fine degli anni '50); alcune erano realizzate a padiglioni, che in parte furono utilizzati integrandoli nei nuovi complessi. Lo stesso processo si realizzò nelle grandi cliniche universitarie olandesi che, a partire dal Policlinico di Amsterdam che è considerato il capostipite, si è esteso negli anni successivi a tutti i grandi ospedali universitari.

L'AMC di Amsterdam, il cui primo progetto risale al 1965, è stato completato nel 1985; è composto da 12 corpi di fabbrica uniti fra di loro, con una superficie di circa 234.000 mq, con 1.020 p.1. e 5.000 dipendenti.
Il Policlinico di Utrecht (AZU) è stato costruito fra il 1981 e il 1989; dispone di circa 190.000 mq con 813 p.1. e 4.000 dipendenti.
Il Policlinico di Groningen (AZG) è stato realizzato fra l'80 e il '96 con una enorme opera di trasformazione dell'esistente, dispone di 1.056 p.l. con una superficie di 250.000 mq e 5.500 dipendenti.

L'ultimo grande esempio di trasformazione di un ospedale universitario concepito per una medicina ante anni '50 è quello di Berlino che, dopo il crollo del "muro" e l'unificazione tedesca, con una operazione durata dieci anni e un investimento colossale, è diventato un esempio di radicale modifica del sistema. Infatti le due facoltà di Medicina di Virchow e la Charité (ex Berlino Est), anche se distano 10 km una dall'altra, sono state unificate con una programmazione clinica unitaria e un investimento complessivo di circa 2.200 miliardi di vecchie lire, in 10 anni.

L'insieme delle due strutture integrate dispone di 2.500 posti letto. La linea seguita è stata quella di ristrutturare e ricostruire in situ, edificando nuovi edifici ad altissima tecnologia.

Percorso analogo è stato seguito negli stessi anni per il Policlinico di Lubecca con 1.200 posti letto e 1.000 miliardi (di lire) di investimento.

Queste operazioni nel loro insieme devono basarsi su grandi visioni, con progetti d'avanguardia, e su tante risorse da investire. Siccome le risorse sono sempre scarse, è necessario immaginarne lo sviluppo e la realizzazione nel tempo con progetti guida e con flessibilità di realizzazione, senza correre il rischio che al momento della costruzione dell'opera questa nasca già superata.

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