Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Università Cattolica del Sacro Cuore
La neuromodulazione sacrale
11.02.2008
Di recente è stata sperimentata una terapia ripresa dall’urologia per il trattamento dell’incontinenza urinaria: la “neuromodulazione sacrale”.

Cos’è?

Consiste nell’introduzione, per pochi centimetri, di un elettrodo nel forame sacrale S3 fino a raggiungere le fibre dei nervi sacrali (strutture fondamentali per il controllo degli organi della pelvi compresi l’ano, il retto e la vescica). L’elettrodo viene collegato ad un elettrostimolatore. L’elettrodo, i sottilissimi cavi di collegamento e lo stimolatore sono inseriti sotto la pelle, non risultando visibili dall’esterno e non determinando particolari fastidi al paziente. Il funzionamento di questo sistema permette al paziente un miglioramento delle contrazioni sfinteriali e una migliore percezione del contenuto dell’ampolla rettale, con conseguente miglioramento o risoluzione dell’incontinenza.

Indicazioni al trattamento

Ai fini del buon esito del trattamento è decisiva la meticolosa selezione dei pazienti; la neuromodulazione sacrale è infatti indicata nelle incontinenze di natura neurogena (ossia da alterazioni nervose, da cause non ben definibili, o secondarie a interventi neurochirurgici o conseguenza di patologie metaboliche, come il diabete, o di mielite); orientativamente potrebbe riguardare circa 1/3 degli incontinenti. Questo trattamento è stato anche sperimentato per la cura di alcune forme di stipsi incoercibile.

Selezione dei pazienti: diagnostica e test di funzionalità

La selezione dei casi avviene mediante approfonditi esami diagnostici effettuabili in ambulatorio (per una durata massima di 1 ora): manometria anorettale, studio elettrofisiologico anorettale, ecografia endoanale; questi esami possono essere integrati da un esame radiologico del retto e dell’ano, la defecografia, che studia i movimenti e la funzione delle strutture coinvolte nell’espulsione delle feci.

Scelti i pazienti che potrebbero, ipoteticamente, beneficiare della terapia, questi vengono sottoposti a un test, una vera e propria prova dell’applicazione dell’elettrodo: un sottilissimo filamento viene introdotto, in anestesia locale, mediante un altrettanto sottile ago attraverso la cute che ricopre l’osso sacro fino a raggiungere i nervi sacrali. L’intervento dura in media circa un’ora. Durante il test l’elettrodo viene collegato a uno stimolatore esterno (delle dimensioni di un piccolo cellulare) e viene mantenuto dal paziente per 15 giorni. Nel corso di queste due settimane il paziente tiene un diario delle sue funzioni defecatoria e minzionale.

Verifica del test  

È possibile che il test non dia il risultato sperato; in tal caso viene interrotto e l’elettrodo rimosso, senza alterare ulteriormente la situazione del paziente. Talvolta il risultato è apparentemente positivo, anche se non si evidenziano prove certe del suo funzionamento; in questa condizione si può procedere a un secondo test, anche con applicazione di un duplice elettrodo, bilaterale. In caso invece di risultato positivo si procede all’impianto definitivo sottocutaneo, in anestesia locale, anche dello stimolatore; questa fase chirurgica dura in media circa mezz’ora. Lo stimolatore viene tarato dall’esterno per ottimizzare la stimolazione; essa rimane attiva 24 ore su 24 e non procura al paziente alcuna sensazione spiacevole (nella maggior parte dei casi non viene nemmeno avvertita). Le batterie dello stimolatore durano in media tra i sette e gli otto anni. Un preciso schema di follow up permette un accurato controllo della stimolazione nel tempo.

Centri specializzati e casistica
Attualmente sono circa 20 i centri che effettuano in Italia la neuromodulazione sacrale: gli specialisti sono organizzati in un Gruppo (GINS).   
 Fino a oggi sono stati impiantati in Italia circa 300 sistemi per la neuromodulazione sacrale per disturbi fecali, oltre 30 dei quali dal dr. Carlo Ratto, ricercatore dell’Istituto di Clinica Chirurgica del Policlinico Gemelli e Segretario Nazionale del GINS.

Sulla base della casistica generale circa il 70-80% dei pazienti trattati ha avuto una risoluzione o un significativo miglioramento dell’incontinenza.


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